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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
VIAGGI
8 ottobre 2008
E intanto Züri è sempre lì

Dopo un viaggio indicibile son arrivato e Zurigo è sempre lì e non mi sembrava di mancare da sette mesi. Mi sono già riabituato, è bastato l'odore di Rivella appena superato Chiasso. So che non mi credete, ma vi giuro: a Chiasso è salita una ragazza che ha stappato la bottiglia dietro di me, diffondendo effluvi di siero di latte ed erbe alpine.


Scendo dal treno e non fa neppure freddo, le cose sono dove le ho lasciate, i cantieri sono stati ultimati come previsto, prendo una Tageskarte dal bigliettaio esibendo il mio abbonamento HalbTax ancora valido e il mio tedesco ostentatamente risciacquato in Limmat, grüezi e ade. La stazione dei tram è sempre là, solo che la ZVV deve aver considerato che leggere gli orari affissi e confrontarli con l'orologio luminoso fosse troppo difficile e ha disseminato la città di tabelloni digitali con i minuti di attesa per ogni tram. Pochi minuti, ovviamente. 


Salgo sul 10 e mi faccio le mie quattro fermate, verso la casa della mia amica di Bologna che mi ha lasciato chiavi e una casa che mi piace tanto. Domattina alle 9 parlo col professore e gli consegno un po' di tesi, poi vado in biblioteca a controllare se pure là è tutto com'era e faccio un giro per riappropriarmi dei miei spazi.


La Svizzera è salutare, tutto sommato.


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7 marzo 2008
Appena prima di partire...

Ok, tra poco parto e torno italiano. Non che sia proprio il momento giusto, obiettivamente... Ad ogni modo, ci si risente da Genova, stasera cambio il geotag e vi racconto come è andato il viaggio, senza prenotazione del posto e con troppe valige (non pesanti, ma troppe per un plantigrado con solo due mani...).

Credo leggerò Houellebecq, Internazionale e Vanity Fair... Ci vediamo a Milano Centrale tra le 15:35 e le 16, come al solito...

4 marzo 2008
Bircher Müesli for breakfast

Tra le poche cose che mi mancheranno di Zurigo c’è di sicuro il Bircher Müesli. Voi lo sapete, ho una particolare forma di autismo che mi porta a nutrirmi, in ogni posto in cui vado, principalmente di una cosa e in Svizzera, superata rapidamente la fase rösti mi sono fissato con il Bircher Müesli e ogni giorno ne mangio una confezione. Ultimamente ho deciso che sì, il Bircher Müesli classico è buono, ma quello alle bacche rosse mi piace di più, e quello della Emmi mi piace di più delle altre marche taroccate, si fottano quei venti centesimi di franco che risparmierei, tsk…

Con Bircher Müesli, lo dico per i cruccofobi e per la ben più rara categoria degli elvetofobi (rara perché a nessuno viene neppure in mente la Svizzera, figuriamoci odiarla!), si intende un miscuglietto di “Yogurt con frutta, cereali e panna”, come dice la versione ticinese degli ingredienti del vasetto che sto mangiando ora. Le dosi, ve lo dico come se fossi Wilma de Angelis e voi foste casalinghe, sono 40% yogurt, 35% frutta, 7% fiocchi di cereali , 5% panna. Non credo tornino i conti, il resto si tratta di zucchero, addensanti vari, succo i limone et al. Di questa particolare versione di Bircher Müesli adoro le granulosissime more (presenti per il 10%), succose e mmm così dolci! La mela e l’ananas mi risultano scontate, mentre le fragole beh sapete che le adoro sempre e comunque. Ad ogni modo, dite che in Italia avrò mai la voglia di mettermi ad assemblare cose per avere, alla fine, solo uno yogurt condito? Già, lo escludo anche io… ma d’altra parte è sempre così, è da luglio che non mangio Camembert.

Ah, ieri si è messo a piovere e ho comprato un altro cappello perché quello marrone e troppo grande era stato dimenticato a casa. 12 franchi, 7 euro circa, è nero e vi direi che mi sta benissimo, ma poi mi dicono che sono egocentrico e allora aspetterò che lo diciate voi la prossima volta che ci si incontra…

Bircher Müesli for breakfast

VIAGGI
5 febbraio 2008
Pessime idee

La Svizzera è un paese splendido, lo dico sempre. E aggiungo che, per quanto ami la Germania e il tedeschi, qui in Schwizzera la gente è molto più bella, elegante, gentile, cucina meglio e in definitiva ha più stile. Saranno i soldi, chi lo sa, ma è così. Però in Svizzera, a volte, la gente ha pessime idee.

Pessima idea

18 dicembre 2007
La morte in esilio e il cavolo rosso

Mio dio, morirò in esilio! Fa freddo, ho le ossa che mi fanno male, sento gli occhi pesanti, la gola infiammata, le spalle dolenti. E in più mi sono fatto fregar un'altra volta dal Rotkohl, maledizione. Nel senso che a mensa ho preso un involtino di nonsocosa, la signora ha riempito il piazzo di spätzli e mi ha fatto la solita domanda a bruciapelo: "Mit Gemüse?" ed io ci cado sempre e immagino che se uno ti dice "Con verdure?" intenda veramente verdure e invece no, mi sbatte davanti due mestolate di cavolo rosso con castagne e irrora tutto di gravy saporitissimo. Solo che a me il Rotkohl torna sempre su e quindi mi trovo in questo bunker con le ossa che mi fanno male, gli occhi pesanti, la gola infiammata, le spalle dolenti e un persistente gusto di cavolo rosso in bocca.

Morirò, ormai è certo, senza aver rivisto la Patria. Vado a farmi un caffé.


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16 dicembre 2007
La puzza di stalla e Gesù Bambino
Ultima domenica prima di Natale quassù in Schwizzera e la cosa non mi dispiace affatto. Ieri laS ha fatto l'albero e il presepe. Io l'ho aiutata a mettere le luci e le corone argentate e la cosa mi ha un po' immalinconito, anche perché l'albero (un abete vero, il che classifica laS come almeno un po' assassina) è tozzo come Magalli, le palline sono poche e tutte diverse (io ho il vizio dell'albero monocromo, come per i quaderni) e ce n'è un paio di cristallo che di certo non arriveranno a Natale, visto l'uso che ne fanno i gatti. Sul presepe, invece, non voglio dare un giudizio ma solo descrivervelo. Le statuette non sono state fatte dagli artigiani di san Gregorio Armeno ma dai figli dellaS a Zurigo tanti anni fa, perché pare che qui l'amministrazione comunale, che ama la creatività dei bambini purché confinata in recinti molto alti, ogni anno metta a disposizione dei genitori spazi attrezzati dove abbandonare i bambini che costruiscono figurine natalizie in terracotta che poi vengono cotte nei forni. Le statuette sono informi, ovviamente, ma si percepisce un intento antropomorfo. Ci sono due cammelli che sembrano fatti di dulce de leche, marroni e luccicanti, con accanto una figura che laS definisce, con un certo disprezzo, "il Beduino", poi ci sono alcune figure arabeggianti, tre re magi, una madonna con tutti i crismi del caso e un Giuseppe ingobbito, un Gesù bambino fatto a forma di supposta, c'è un pozzo e una pastora più alta del pozzo, c'è un ponticello e, soprattutto, c'è una donna in burka e la cosa un po' mi inquieta. "Dovrei andare a prendere un po' di ghiaia per fare le stradine" mi dice laS, a cui rispondo che in effetti è meglio, anche se direi che il realismo non è un'ambizione che questo presepe persegue. Poi la vedo illuminarsi, correre in bagno e arrivare con il sacco della sabbia del gatto. Io ho provato a spiegarle che è un po' irrispettoso usare la sabbia che i gatti usano per pisciare ma lei non si è lasciata turbare e ha sparso sul telo verde una bella quantità di sabbia che attualmente è distribuita per simulare montagnole e sentieri. Spero solo che i gatti nevrotici non la riconoscano per quella che è e non decidano di dare un tocco di realismo olfattivo alla stalla di Betlemme…
12 dicembre 2007
Il mostro della cantina. Brutte mutande e un trillo nel buio.

Se vi chiedessi in quale parte della casa credete sia più possibile accadano cose inquietanti, tra l'horror e l'infarto, cosa rispondereste? Sì, va bene il bagno ma sto in Svizzera dove nessuno psicopatico impagliatore di uccelli accoltellerebbe en travesti una bionda in fuga dopo aver rubato i soldi a una banca che si sta facendo la doccia. Non fosse altro per il fatto che se rubi soldi a una banca, in Svizzera, vieni abbattutamolto prima che tu arrivi in un motel isolato dove tu possa essere giustiziata come UBS comanda. Pensateci bene. Pensate a Nightmare. Pensate al posto che vi fa esclamare, sprofondati nella vostra poltrona con le ginocchia sotto il naso e un odio profondo per il protagonista del film, "Ma se devi scendere là sotto, almeno accendi la luce!". Pensate a una scala di legno che scricchiola e una protagonista cretina che scende con una candela. Ecco, aggiungete che in Svizzera nelle cantine ci sono anche i bunker antiatomici e che questi assomigliano in modo inquietante alle camerate dei lager e ci siete. Solo che in cantina c'è anche la lavatrice ed è quindi con il coraggio dell'incoscienza (o di un protagonista di horror) che sono sceso, le braccia straripanti lenzuola, giù giù in fondo. La scala di legno, come è ovvio, scricchiola. Gli interruttori, fortunatamente, funzionano ma non sono affatto interruttori normali. Innanzi tutto sono messi in luoghi accessibili solo a iniziati o a eroi baciati dal destino come il sottoscritto e poi non si cliccano come tutti gli interruttori dell'universo ma si girano come fossero rotelle di una cassaforte o come fossero stati messi in opera cinquant'anni fa. Il corridoio è, indovinate un po'?, di cemento e a ogni passo si sente un certo clippiclap e l'eco che lo scalpiccio produce. Sul soffitto passano dei tubi che gorgogliano. In fondo al corridoio si scorge la porta del bunker con la scritta Vorsicht gialla. Sulla sinistra un dedalo di valvole, tubi e manopole. In fondo a sinistra la stanza con la lavatrice. Accendo la luce ed è là, con la bocca oscenamente aperta e con i comandi in romancio. Perché in questo condominio zurighese la lavatrice si comanda in romancio. Va bene, schiacciando un tasto si può cambiare la lingua in francese, tedesco, inglese e anche italiano però la lascio in romancio perché non mi capiterà mai più. Metto le mie lenzuola, quelle che hanno usato lei e lui quando sono stati qui e una certa quota di mutande&calzini. Metto nel vano preposto due misurini di detersivo a iperbassissimo costo che ho comprato alla Migros e attivo. Quindi apro l'asciugatore (perché qui, lo immaginerete, stendere non è possibile causa gelo e vicini) e ooooooh diamine! È pieno. Questo condominio deve strabordare italiani perché il martedì, dalle 12 alle 22, e il mercoledì, tutto il giorno, è il mio turno per usare la lavatrice e chiunque abbia messo i panni ad asciugare è un abusivo. Ma, ad ogni modo, che fare mentre la lavatrice romancia fa il suo lavoro? Tolgo i panni dell'abusivo e li metto da parte? Oppure questa cosa viene avvertita come decisamente sgarbata?E se questo arriva e mi vede che armeggio con le sue mutande? Magari mi prende per un maniaco, mi ammazza e si sbarazza del cadavere nel bunker. E se mi sbagliassi e il turno è il mercoledì e il giovedì? Inizio le indagini e trovo, appeso, un calendario che mi conforta del fatto che, se Dienstag vuol dire martedì, oggi è il mio turno. Beh, in fin dei conti se la legge è dalla mia parte, mi dico… e apro la porta dell'asciugatore.

In quel preciso istante parte un trillo a volume altissimo, una specie di telefono che suona ma non con una suoneria qualsiasi, non una suoneria scaricata da internet o comprata tramite una telefonata strozzina, no! era l'ur-trillo, l'idea di trillo, la trillicità, il trillo dei telefoni neri dei film noir, il trillo a cui voi pensereste dovendo pensare a un trillo ma che nella vita reale non esiste più. La prima cosa che penso, dopo che le palpitazioni erano tornate sotto quota 200, è "Ho scoperto qualcosa che non dovevo scoprire ed è suonato l'allarme! Dannati, non mi avrete!" quindi inizio a guardarmi in giro per scoprire l'origine del suono. Di certo non è la stanza della lavatrice, ma dove può essere? E cosa ci fa un telefono con quell'ur-trillo in cantina? Seguo il suono ma sembra provenire dal buio di una stanza chiusa da un cancello di legno invalicabile. Dico invalicabile sulla fiducia perché di certo non mi metto a valicare cancelli di legno per scoprire che ci fa un telefono in cantina. Ad ogni modo, tolgo i panni dell'abusivo dall'asciugatore, scoprendo che indossa un pigiama di bruttezza rara, delle mutande bianche (quel horreur) e deve avere dei piedi piccolissimi oppure avere sbagliato la temperatura del bucato perché i calzini non andrebbero bene a BabyMia. Quindi torno su in casa per meditare sull'accaduto. Che sarà stato? Non era un allarme, era il rumore di una campanella, di una sveglia antica, di un telefono anni '30. Forse qualcuno vive in cantina dagli anni '30, forse è una specie Harrison Ford svizzero, in fuga dalla polizia cantonale (e lo capirei), forse è un Humprey Bogart con la plastica facciale malfatta, forse è un fantasma dell'Opera che ha preso l'11 da Bellvue ed è sceso ad Hedwigsteig e che non ha ancora trovato una fanciulla da ossessionare, forse – giusto cielo! – è il covo di un gruppo di terroristi che vogliono capovolgere il democratico governo federale! Ho iniziato le mie indagini, senza aspettare l'Interpol che la tira sempre per le lunghe, e ho interrogato laS. Lei sostiene che in cantina ci sia il telefono di un magazziniere. Ma perché un magazziniere dovrebbe avere un telefono in una cantina? E perché questo telefono dovrebbe suonare alle dieci di sera, visto che in 'sto paese alle sei di sera tutti hanno smesso di lavorare? Humm… il mistero si fa fitto e laS non me la conta giusta…

 

(se ripassate domani corredo il post di immagini esplicative… ma ripassate solo se non avete problemi di cuore,eh…)

DIARI
10 dicembre 2007
Il cappello di velluto di Zurigo

Io e i cappelli abbiamo sempre avuto un rapporto complicato. Rifiutato in prima media, come atto di ribellione verso mia nonna che insisteva col calcarmene in testa uno spinosissimo di lana verde, che mi pungeva cristologicamente la fronte e che faceva effettivamente cagare, l'ho riaccettato solo in tempi recenti in versione parapioggia in posti che rendono inutile l'uso dell'ombrello. Solo che evidentemente non riesco a ritenerlo cosa mia e parte di me.

Ricorderete il mio aquisto a Parigi, all'H&M delle Halles, in un piovoso pomeriggio di maggio, dove per quattro euro e sessanta, che è poco, avevo preso una coppoletta nera che mi rendeva assai français e mi consentiva di scordare l'ombrello a casa. Certo, un po' mi vergognavo a metterlo, lo toglievo appena possibile e camminavo a testa bassa. Vedete? Non lo consideravo già allora cosa mia! Almeno fino al giorno in cui, uscendo da un negozio di sport sempre alle Halles un macrosorvegliante nero nero e cattivo cattivo mi ferma per dirmi "Dove ha preso quel cappello?". Io avevo già immaginato mi accusasse di furto invece voleva comprarselo anche lui perché era molto jolie. A detta del macrosorvegliante nero nero, quanto meno, che mi riempì di orgoglio e fierezza. Fino al momento in cui, qualche settimana dopo, sono uscito dalla BnF e, tastandomi ovunque, mi sono reso conto di averlo perso da qualche parte in biblioteca. Visto che mi vergognavo di mettere il cappello ma mi vergogno ancora di più ad andare all'ufficio oggetti smarriti per recuperare una coppoletta da quattro euro e sessanta, sono tornato da H&M qualche giorno dopo, per accorgermi che il prezzo era salito di ben trenta centesimi. Mi pare ci fosse anche lui, quel giorno, che per emulazione e perché effettivamente le coppole di H&M sono bellissime, ne ha comprato tre. Da allora ho deciso di portare la coppola nera di H&M con ancor più baldanza, anche se solo in caso di pioggia. Il tutto, ancora una volta, fino alla fine di novembre scorso, quando sono sceso di corsa dal 67, a Genova, barcamenandomi tra una sciarpa, un guanto (l'altro l'avevo perso a Ginevra), un sacchetto di non ricordo cosa, la coppola nera e Callisto. Beh, attraverso la strada e cerco, tra le mie capienti braccia ricolme di merci, per accorgermi che il mio cappello che, ahimé, non si trova. Appena tornato a Zurigo, dove piove sempre sempre sempre sempre, ho trascinato lei in giro per Bahnhofstrasse e limitrofe per trovare un cappello sostituto. Senza considerare, però, che la città è costosa, il gusto è quello che è e quindi siamo finiti da C&A e mi ha convinto a comprare un cappello in velluto e nonsoché con visiera, piuttosto solido e, come sapete, che resiste bene all'acqua battente delle notti quando devi attraversare a piedi la città. Fiero del mio acquisto, per la cifra di 10 franchi, pari a sei euro e venti, l'ho portato con baldanza ancor maggiore, tra Zurigo e Berna, dove l'altro ieri sono stato con lui a trovare un suo amico. Credevo di aver superato la crisi di rigetto perché per ben due volte, da Starbuck's e al Kornhaus (un posto un po' fighetto dove c'è pure la carta dei sigari) sono tornato indietro a prendere il cappello che mi ero dimenticato sulla sedia o sotto il tavolo. Trovandolo, tra l'altro.

Fino al momento in cui, stamattina, nel mostrare a lui quanto è figa l'università di Zurigo e che i palazzi moderni e funzionali sono, appunto, moderni e funzionali quindi migliori dei palazzi antichi e bui in cui sono soliti mettere le università in paesi del sud europa, ho scoperto di aver fatto cadere da qualche parte il cappello, dannazione. Dopo averlo accompagnato in dipartimento ho provato a fare un giretto in altri negozi, da Jelmoli, a Globus, a Zara ma non solo i prezzi erano inavvicinabili, guardandomi allo specchio mi sentivo sommamente cretino con quei cappelli. Allora ho preso il coraggio di tornare da C&A e riprendere lo stesso identico cappello. Che però non c'era più, mentre se ne trovavano di simili con una visiera lunga una dozzina di metri e con una specie di bozzo sulla cima. Sia chiaro, non sono ancora a questo punto. Rovistando tra visiere e cappelli ne trovo uno che a prima vista mi pare identico. Se non fosse che è tutto tempestato di borchie dorate e che costa cinque franchi di più. No way. Alla fine trovo un sosia superstite del cappello disperso e lo prendo, esausto e incazzato con il mondo e con me stesso, capace di perdere tre cappelli in due mesi, stronzo che non sono altro. Tutto bene, alla fine? Chiaramente no, perché vi ho taciuto un fatto. Il cappello superstite era identico all'altro tranne per un particolare: è di taglia L/XL e voi lo sapete, io sono tecnicamente un microcefalo, quindi ho dovuto strizzare la cordicella dietro per farlo aderire alla mia testa. Devo ancora capire se sembro un fungo (o peggio) o se non si nota. Ecco, facciamo così: se passate da Zurigo in 'sti giorni e mi incrociate, potreste farmi sapere, con gentilezza ed educazione, se sembro ridicolo? Però se passate fatelo presto, non so ancora quanto ci metterò a perderlo…

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DIARI
7 dicembre 2007
Dopo l'ultimo tram

Di notte a Zurigo per le strade girano solo i taxi, eccezion fatta per qualche rara jeep e qualche poco più frequente biposto dei ricchi. Perché bisognerebbe girare di notte a Zurigo, in effetti, visto che domani è giorno festivo e visto che è tutto, tutto già chiuso? Passa qualcuno in bicicletta (ma come faranno a guidare sotto questa pioggia, con questo asfalto così scivoloso, incuranti delle rotaie dei tram?), ci sono degli autisti ZVV che smontano dal turno e ci sono io, che ho perso l'ultimo tram e che sono appena sceso al capolinea notturno del 46, vale a dire troppo lontano da dove mi serve, a Hardplatz. Provo a vedere se l'8 passa ancora ma niente, l'ultimo è partito da quattro dannatissimi minuti e si sa, non è certo una città in cui sperare in ritardi così ingenti. Su quel 46 ero salito 13 minuti prima, in una strada deserta ai confini di Zurigo, dove i tram non vanno avanti più ma l'aria è tutto fuorché popolare. L'autobus più deserto della mia vita, signori, e non perché non ho neanche scorto l'autista e di conseguenza poteva essere uno zoombie o chissà quale essere diabolico sgorgato da un pozzo di fuoco nella notte di san Nicola. In quell'autobus deserto, che percorreva una strada deserta, con la pioggia che cadeva e nessuno, nessunissimo in nessuna, nessunissima direzione, quell'autista annunciava al microfono le stazioni e lo faceva solo per me. Chissà se lo faceva anche prima che salissi.

Ad ogni modo, che si fa? Il taxi non te lo puoi certo permettere, da questo buco di culo in cui sei finito alla tua stanzetta, calda, asciutta e col parquet, e quindi si cammina. Anche se piove e sei molto grato a lei che ti ha convinto a comprare un cappello più solido, ché tua coppoletta abituale sotto questa pioggia leggera ma continua si sarebbe inzuppata peggio di una macina del mulino bianco nel latte del mattino. È bello, tutto sommato, perché non fa freddo e della pioggia quasi non mi accorgo, almeno fino a quando ricopre le lenti degli occhiali di troppe gocce per distinguere la strada. E non mi perdo neppure, io che mi perdo ovunque, perché seguo i binari dei tram e – a costo di allungare la strada – non mi permetto che una deviazione quando sono arcisicuro di non sbagliarmi. Finisco anche in una zona vagamente a luci rosse, una trentina di metri lineari scampati all'asettica normalità zurighese, dove un'insegna promette zozzerie e dove una nigeriana con la giacca a vento e sotto un ombrello tenta di abordarmi, poverina. Scopro che è l'unica città del mondo dove, camminando di notte sotto la pioggia dopo aver perso l'ultimo autobus (mi è capitato ovunque, purtroppo, da Genova a New York a Parigi a Berlino a Ginevra a chissadove) non mi sento minimamente insicuro e la cosa un po' mi scazza, come tutto quello che non dipende dalla mia volontà. Arrivo in Banhofstrasse e lì sto tranquillo perché da qui in avanti la strada la conosco a memoria.  Bürkliplatz e sento le spalle che si stanno inumidendo e inizio a pensare che la giaccavento impermeabile dopo quaranta minuti di pioggia perda il suo aggettivo. Passano solo taxi, di notte a Zurigo, tranne questa biposto guidata da una ragazza con la pelliccia che si ferma e mi lascia attraversare. Sul ponte, il Circo alla sinistra, il lago alla destra, vedo passare un taxi e alzo un braccio, come fossi a New York, e lui si ferma perché è così che si fermano i taxi anche se io i taxi non li prendo mai. Come in tutti i paesi ad immigrazione sostenuta in cui le licenze non sono un modo per limitare la concorrenza, il tassista è africano e mi porta in Hofackestrasse senza allungare di un metro, facendo la strada esatta che laS ha fatto l'altro giorno accompagnandomi in macchina, una strada molto più breve di quella che avrei fatto io seguendo i binari del tram. Arrivo davanti a casa, salgo in camera e mi scrollo di dosso la pellicola d'acqua che mi ricopre.

Domani dormo un po' di più. Ancora un po' di più, intendo.


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CULTURA
4 dicembre 2007
Ovomaltina e l'origine del consumismo

Tormentato dal torcicollo e trafitto da spilli di sonno, sono ritornato alla mia postazione alla Jud. La macchia è sempre là, ma sbiadisce o almeno così a me pare. Hanno cambiato la macchina per il caffè, nella Caffetteria degli studenti, ma poco fa uno diceva che fa ancora più schifo. Io non gli credo perché innanzi tutto prima non faceva tanto schifo, perché chi parlava era italiano e quindi non è attendibile quando parla di caffè e infine perché è una macchinetta Neskafé, che sono notoriamente meglio dell macchinette falso espresso perché almeno non fanno finta di essere caffè vero. Ad ogni modo, il prezzo resta lo stesso (1.10 CHF) ma adesso è possibile anche pagare in euro, benché con cambio strozzino: 1 franco, inserito in quella macchinetta, equivale a settanta centesimi di euro e non a sessanta, come il mercato indica.

La cosa che mi incuriosisce, piuttosto, è la quantità di opzioni in più che la nuova macchinetta offre: non solo Kafee, Espresso, Ristretto, Macchiato, Schokolade, Kafee hell, Cappuccino, Kaffee-Choco, Chokino, Tee Citron c'è addirittura l'Ovomaltina e l'Ovomaltina Creamy. Ma ve lo ricordate l'Ovomaltina? Io non me lo ricordavo fino al secondo in cui ho visto il logo arancione, con la scritta blu e quel sole sullo sfondo e sono finito con i ricordi nella mia cucina, nella casa in cui stavamo fino all'83, in piedi sul rugoso pavimento verde (ma come si fa a comprare le piastrelle verde minestrone i miei non l'hanno ancora saputo spiegare) che guardavo mia nonna e le chiedevo di comprarmi l'Ovomaltina perché la pubblicità di questo tipo che sciava su monti candidi di neve soffice mi faceva impazzire. Credo l'abbia comprato e credo di averlo assaggiato una volta e di aver concluso che faceva schifo, così come ho fatto con l'Orzobimbo e con chissà quante altre cose che la pubblicità mi diceva di comprare.

Credo che sia iniziata lì la mia carriera di feticista che si affeziona agli oggetti e che compra se vede un packaging ben fatto, un logo elegante e pulito. Credo anche che mi berrò un'ovomaltina, prima di tornare a studiare.

19 novembre 2007
Ginevra, ovvero: della effettiva percepibilità dei confini

Ginevra è fredda come non credevo potesse essere una città. Non me ne rendo conto subito, appena sceso con dieci minuti di ritardo – tutti da imputare alla rete Svizzera, miei cari SBB/CFF/FFS – alla stazione di Genève Cornavin ma certo, attravesando il Parc des Bastions per raggiungere l'Université dove si sta tenendo il convegno che mi interessa, superato il Rushmore di Ginevra, incomincio ad averne il sospetto. Fortunatamente ho i guanti, il capelluccio parisien ma, visto che mi fido delle previsioni, anche un Mütze di lana peruviano, la sciarpa, i calzini da gelo con i calzini normali, una giaccavento impermeabile. Inutile, ne sarò certo quando, dopo una mattinata di convegno interessante, una pausa caffè e una certa familiarità linguistica cui in zona schwizzera non ero ancora abituato, mi sposterò verso l'ostello, a piedi perché due franchi e venti di biglietto dell'autobus non mi sembrano abbastanza pochi da concedermi evitare la traversata nel gelo.

L'ostello ha l'odore degli ostelli, che è l'odore della palestra di scuola, che è l'odore, secondo me, del disinfettante che usano per disinfettar le cose. Camminando per rue de Lausanne e per le altre strade in zona stazione (solo l'ostello di Genova non è vicino alla stazione, ma è vicino a casa sua) mi rendo conto che il Röstigraben, vale a dire il fossato che separa la Svizzera romanda da quella Alemannica dove mi trovo a vivere in questi mesi è effettivamente profondo. Non soltanto per il fatto che qui parlino una lingua intellegibile, no. Qui le strade sono pulite, ma non del tutto. C'è una grande varietà di immigrati di una gran varietà di colori. Ci sono bandiere europee, quelle blu con i cerchi gialli, che sono viste – da Svitto a Sciaffusa, dall'Appenzello (Innerhoden o Ausserrhoden poco importa) a Soletta – come quelle dell'Unione Sovietica e che vengono, immagino, bruciate in piazza in solenni manifestazioni di orgoglio cantonale. La città mi dicono essere la metà di Zurigo ma mentre quest'ultima mi sembra un placido, moderno ed efficiente paesone, Ginevra mi sembra una vera città, con il traffico, il rumore, la puzza e i poveri. Perché ho incontrato ben tre mendicanti, uno spacciatore che mi offriva non ho capito bene cosa e una mignotta che ha tentato di abbordarmi alle quattro di pomeriggio. A tutto questo fa da pendant, come in ogni città, una zona, più estesa che nella maggior parte delle città, per i ricchi, con gioiellerie, banche, negozi raffinati e ragazze che si credono di essere sulla Senna e non sul Rodano, sull'isola di Manhattan e non sull'Ile Rousseau.

Visito il museo della Riforma, mi inalbero per qualche grossolano abbellimento delle ragioni per cui protestavano i protestanti, vedo una lettera autografa di Lutero e mi entusiasmo (sono feticista, lo sapete… siete stati fortunati a non essere stati con me quando ho visto l'autografo di Leopardi, le scarpe di Marlene Dietrich o di Marylin Monroe), mi convinco che Calvino era un tipo un tantino invasato, sgrano gli occhi quando scopro che aveva 27 anni quando ha combinato tutto quello che ha combinato (sono in ritardo di un anno) (un anno e mezzo, va bene), mi convinco che i calvinisti mi stanno meno simpatici dei luterani ma non ce la faccio, e alla fine resisto solo a stento alla tentazione di attacar briga con la bigliettaia dicendole che se dio esiste, cosa che francamente non mi sento di affermare, di certo non si basa sulla sola fede per decidere se il sottoscritto finisce o no in paradiso.

Ad ogni modo, il museo della Rifoma nel 2007 è stato premiato come miglior museo europeo dal Consiglio d'Europa che l'ha premiato con una statuetta, esposta in una sala vicino al ritratto di Calvino, che rappresenta La femme aux beaux seins di Miro. Se non la conoscete siete ignoranti ma guardate qui e capite l'ironia della statua, di quella statua come premio, e di quella statuetta vicino al ritratto del calvinista Calvino.

Camminare per le stradine attorno alla cattedrale (che sarebbe splendida se non fosse per gli odiosi neoclassici che le hanno sovrapposto una anonima facciata) è un godimento, malgrado il vento a qualche grado sotto zero, incontrastato nelle strade eccetera, e malgardo il fatto che uscendo dal museo della Riforma mi sono accorto di aver perso un guanto. Piacevole essere quasi l'unico a passare, la sera alle sette, tra le gallerie della Grand Rue, di rue de l'Hotel de Ville, chiuse ma con le luci accese. Stupendo guardare, il giorno dopo, alle quattro, poco prima di partire, i gabbiani e le mouettes tra il Rodano e il lago, i palazzi sul quai, quella luce rosa che tremola e il Monte Bianco (sì, il monte Bianco) là sullo sfondo. Vi dirò, era bello anche vedere il lago in burrasca, la prima sera, vedere quanto possono essere alte le onde di un lago, ringraziare il cielo, il fato o soltanto te stesso per aver attraversato la strada in tempo ed esserti scampato l'onda che aveva appena superato l'argine.
Ed avvertire un singolare stupore vedendo un lago che sembra un mare in burrasca e che ha le Alpi sullo sfondo.

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politica estera
27 ottobre 2007
Reto va alla guerra

Voi lo sapete, io noto le cose. Sempre. E spesso ve lo dico, perché so che siete curiosi. Da quando sono a Züri ho notato molte cose bislacche, come ad esempio la densità sconcertante di negozi di arredamento per la casa e di sedie. E soprattutto la quantità anni ’40 di militari per le strade. Ragazzi che tornano dalle caserme, ragazzi che rientrano in caserma, ragazzi in licenza… una specie di grande musicarello in cui al posto di Gianni Morandi ci sono giovani che si chiamano Reto o Udo. L'altra sera parlavo con la Susi e ho scoperto perché.

Pare che qui ci sia il servizio militare obbligatorio e la cosa è abbastanza normale, anche se la Svizzera è neutrale per antonomasia. Solo che il servizio militare è una cosa un po' diversa da quello che esisteva da noi. Prima quattro mesi e mezzo di scuola reclute. Poi la quasi totalità (e la totalità di chi studia) inizia a fare la scuola caporale, vale a dire altri quattro mesi e mezzo di scuola reclute con in più le incombenze da caporale, più quattro mesi di scuola caporali. Caspita! direte. Già, caspita se non fosse che poi i migliori, che pare siano tanti, sono invitati caldamente a fare gli ufficiali e altri quattro mesi di scuola. A questo punto, prima di ottenere l’attestato di ufficiale, bisogna superare una simpatica prova di sopravvivenza che nanche all’Isola dei Famosi: tre giorni senza mangiare facendo non so quanti chilometri in bicicletta e poi, dopo esseri rifocillati, 100 chilometri di marcia. La cosa fa piuttosto paura, non trovate? Ma non è niente. Perché tutti questi ufficiali sono poi obbligati a fare un mese all’anno di militare fino a non ho ancor ben capito quando. Tutto questo, mi spiega la Susi, e tutto questo in un paese neutrale, le dico io. Al che mi spiega le strategie per la Svizzera in caso di attacco, perché ci sono, signori, e io sono qui a svelarle a voi, ai comandanti NATO e anche al lettore arabosaudita.

Vediamo cosa può succedere:

-         ipotesi 1: invasione da Nord e/o da Est, altrimenti detta “Metti che la Germania mi si incazza e non accetta più, come l’altra volta, che ricicliamo i suoi soldi sporchi senza fare tante domande”. In questo caso si lasciano le pianure del nord, leggasi Zurigo e Basilea, e ci si rifugia TUTTI sulle Alpi. "Il Gottardo è un colabrodo di tunnel, cunicoli e roccaforti" dice la Susi.

-         ipotesi 2: attacco nucleare, altrimenti detta “Metti che Bin Laden si dimentica le cifre del conto cifrato e noi continuiamo a fare gli svizzeri e non gli diciamo neppure il pin del bancomat”. In questo caso siamo abbondantemente tranquilli. Perché OGNI casa svizzera ha per legge un rifugio antiatomico. Il nostro, ad esempio, è in cantina. E, sempre per legge, ogni rifugio antiatomico deve avere 5 kg di farina, 5 kg di zucchero, 5 kg di non so cosa e  litri di olio. “, dico io smargiasso, ma quando sono finiti? Mica durano in eterno! Poi esci e muori di radiazioni e se non muori di radiazioni muori di radiazioni quando mangi anche solo una bietola!” Miei cari, le leggi svizzere non sono cretine. Cinque chili sono quelli sufficienti, è stato calcolato, affinché il governo federale riesca a rifornire il paese di riserve di cibo in quantità. E di etichette, che non ho capito cosa siano ma non ho voluto chiedere.

Le ipotesi di invasione dall’Italia o dalla Francia non sono state prese in considerazione, chissà poi perché. Mentre la Susi, che da ora in poi chiamerò laS, mi raccontava tutto questo devo aver sgranato un po’ troppo gli occhi perché lei mi ha spiegato che queste leggi sono state fatte negli anni ’60, "Io me la ricordo quando c’era la Guerra Fredda e Krushov sbatteva la scarpa sul tavolo e i missili erano puntati sull’Europa!". Pare che il marito dellaS fosse - oltre a un raffinato intellettuale - un ufficiale, molto militarista, molto anticomunista, molto antirusso e che conoscesse a menadito la consistenza militare degli eserciti di ogni paese del blocco di Varsavia. "E poi è sempre grazie ad un esercito così imponente che la Svizzera si è salvata nella Seconda Guerra Mondiale, mi dice laS, quando abbiamo schierato l’esercito alle frontiere e le abbiamo chiuse ermeticamente". Perché qui in Svizzera, fino a poco fa, si raccontavano davvero che Hitler non li aveva attaccati perché spaventato dal loro esercito e non perché gli serviva qualcuno che comprasse l’oro delle zecche dei paesi occupati, che gli garantisse valuta estera e che, sostanzialmente, non gli creasse problemi, lasciandogli anche sorvolare lo spazio aereo. E perché ci fosse qualche consigliere nazionale se non altro simpatizzante per la causa dell'Asse (guardate solo la faccia di Marcel Pilet-Golaz, quello che parlava di trattare con i dittatori, e leggetevi qualcosa su Giuseppe Motta). “Ma sono discorsi della sinistra, perché cosa poteva fare la Svizzera lì, piccola, da sola, contro Hitler?”.

È un paese incredibile, questo, non trovate? Tra l'altro esiste un servizio civile, ma non lo fa quasi nessuno, sempre fonte laS, perché a nessuno pesa l'idea di andare un mese all'anno a difendere la patria. E poi, sempre fonte laS, serve a desbelinare (termine mio) i figli di papà, gli snob e i nababbi. E tutto questo in un paese neutrale, plurilingue, plurireligioso e dove il campanile è quasi più importante che da noi.

Io non le ho detto che il militare non l'ho fatto e ne sono molto sollevato. Metti che ci buttano una bomba nucleare e mi vieta di entrare nel bunker?


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DIARI
25 ottobre 2007
Svizzeritudine e Rivella
Ieri sera mi sono cucinato i rösti alla bernese (con lo speck, per capirci), ho mangiato dell'Emmental e ho bevuto Rivella, il tutto mentre leggevo un libercolo sul grounding della Swissair.

Credo di stare esagerando nell'insvizzerirmi. Ma domani mattina alle 11:09 parto da Zurigo HB, poi alle 11:31 a Zugo, alle 11:48 ad Arth-Goldau, 13:36 Bellinzona, 14:03 Lugano, 14:28 Chiasso, 14:52 Como, addirittura 15:21 a Monza e poi alle 15:35 a Milano (dove ho sempre la pausa di mezzora), poi Pavia, Voghera e alle 17:54 finalmente Genova. Credo che passerò il viaggio a leggere cose serie (sono oberato di lavoro, ci credereste!?) e soprattutto a pensare a chi sarà mai il mio lettore arabo saudita...

Non sapete cosa è la Rivella? ve lo racconto domani, con calma, da casa mia.

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24 ottobre 2007
Autumn in Thurgau

Avete presente i cataloghi di Coin o della Rinascente? Quelli che si chiamano “Arriva l’Autunno” oppure “L’Autunno porta la voglia di cachemire” e che hanno in prima pagina delle splendide signore con i capelli legati dietro, che sorridono avvolgendosi in una calda sciarpa, oppure sorridono stringendosi in un cappotto spesso, mentre sullo sfondo si vedono alberi con le foglie gialle, marroni e addirittura rosse? Alberi splendidi, alti con rami tanto frondosi da sembrar disegnati, con colori davvero autunnali, quelli che ti fan venire voglia di caldarroste, odore di legna bruciata e brina sui vetri? Di pranzi dell’autunno in campagna, di cinghiale nel piatto (con qualche pallino di fucile che finisce sotto i denti a dimostrare quanto la cacciagione sia effettivamente cacciata da un cacciatore) e di vino rosso nel bicchiere?

Ecco, io ho l’impressione che facciano quelle foto nel cantone Turgovia, altrimenti detto Thurgau, come il Müller. È impressionante, passando in treno in questa umida mattina di domenica, vedere tutti questi gialli, marroni, arancioni e rossi sugli alberi. E poi prati, pelouses, Wiesen, prati, pelouses, Wiesen… In questi prati ogni tanto qualche mucca bianca e nera, come te le immagini solo un po’ più magra, e zucche, zucche gigantesche ma disperse nel verde. Eppure qui Halloween pare non fare alcuna presa, i negozi sono pieni di alberi e lucette natalizie ma pumpkin’ e dolcettischerzetti proprio pochi. Beh, ci sono molti dolcetti ma è la Svizzera, bellezza, non Halloween.

Stringendomi anche io nella mia sciarpa nuova da 7 franchi, come una signora della Coin, guardo fuori e mi convinco che, mentre dormivo nella mia stanzetta accogliente e già in disordine come fosse davvero mia, deve esserci stata una esplosione nucleare. Ma poi mi dico che no, a Zurigo gente ce n’era e l’esplosione nucleare deve esserci stata dopo, in Turgovia, perché passiamo per i paesi e non si vede anima viva. Nessuno per le strade tranne, là in fondo, una macchina evidentemente senza conducente.

Frauenfeld, capitale del Kanton Thurgau, e c’è una Zuckerfabrik, una fabbrica di zucchero. Tutto grigio, tranne un manifesto elettorale verde con su scritto Thurgau Power (non so di chi sia, il verde qui è il colore di quasi tutti… nazi-SVP, verdi-Grünen, verdi-di-destra-Grünliberalen…). E tranne gli sbuffi bianchissimi dalle ciminiere di zucchero filato, barbapapa, Zuckerwatte.

Verso Weinfelden le colline si fanno più dolci e qualcuno, per le strade, si nota. Ma è quasi mezzogiorno e mi sembra addirittura che, attorno alla stazione di Weinfelden, ci sia un paese mentre le altre stazioni sembravano fantasma. Ci sono addirittura dei carrelli per le valige, al binario!

Arrivo a Konstanz e non me ne accorgo. Pare, infatti, che né la Confoederatio né la Bundesrepublik temano granché il vicino visto che non esiste controllo né effettiva frontiera. Mi viene il dubbio di non essere in Germania, di aver sbagliato treno e di essere in un’altra Costanza, magari non sul Mar Nero ma chi lo sa… poi vedo le rassicuranti cornette rosa di Deutsch Telekom e cerco dove diavolo si sarà messo ad aspettarmi lui, che sapeva che arrivavo alle 11:54 e che mi ha anche mandato un messaggio mezz’ora fa per confermarlo.

Lo aspetterò un’ora e qualcosa, in questa stazione più piccola di quella di Cornigliano, perché la sveglia non l’ha svegliato, ma ci sono abituato.

È strano perché non mi sembrano sette mesi che non lo vedo e non mi viene neanche da dirgli “Su racconta”, quindi parliamo come se ci fossimo visti ieri. Passeggiamo in Germania (sì, ha ragione bo-bo: quando si fa l’Erasmus si assume una seconda patria e la mia è inequivocabilmente questa, mi spiace per Parigi e, in misura assai minore, per Zurigo) e incontriamo il suo datore di lavoro, un signore di sessant’anni che ha ancora il codino, malgrado l’apparecchio acustico, che fa il padrone di un ristorante e ci offre il pranzo. A lui perché ieri ha lavorato bene, a me perché sono italiano ed è la prima volta che mi sento italiano-all’estero nel senso di Dean Martin e di Ma se ghe penso. Dopo l’ottimo pranzo (insalata, pasta con faglioli e pancetta “Che non avete fame fino a stasera!”, tiramisù e bonarda) camminiamo, raggiungiamo il lago, la statua di Imperia, il posto dove hanno fatto il Concilio e passiamo vicino alla casa di quell’ingenuotto di Jan Hus, che ci credeva davvero che li avrebbe convinti. Faccio un giro all’Uni, rimugino un po’ sugli orrori dell’architettura anni Sessanta, ritorvo la familiare moquette tedesca e poi, oltre un bosco che a me fa pensare ai serial killer più che ai funghi, mi fa vedere dove abita.

Alle sette riprendo il treno, cambio a Weinfelden (sì sì, ci deve essere per forza un paese qui attorno… c’è un sacco di gente sul binario) e verso le nove e qualcosa arrivo a casa dove la Susi sta guardando la serata elettorale. Ma questa è una storia poco autunnale, poco umidiccia e non sa di castagne e di brina, quindi ve la racconterò un’altra volta.

DIARI
26 settembre 2007
Fregare la casta ed entrare nei club

Convegno finito, un capitolo da scrivere ma per novembre, le mie giornate, in questa prima settimana d’autunno, trascorrono placide e rilassate. La mattina vado in Dipartimento, chiacchiero, leggo e bevo caffè. Tra l’altro sono praticamente da solo, perché tutti gli italianisti del regno sono a Napoli a riunirsi e posso fare cose che mi sarebbero precluse, come sedermi alla scrivania o usare il computer. Mi sento un po’ Tom Cruise in Risky Business, ma senza ballare in calzini sul tavolo.

Ad ogni modo, sono finalmente libero di pensare a Züri e alla Schwizzera anche perché tra venti giorni partirò e non so ancora quasi niente sulla città. Certo, so come si chiama il sindaco, Elmar Ledergerber, e so che è socialista. So anche un po’ di cose su Zwingli, il Grossmünster, il derby (abbiamo perso 4 a 0 dai bastardoni dell’FC, quelli che hanno perso due a uno con l’Empoli), lo stemma bianco/blu, la ZVV, sulle macchie di Rorschach e ho letto un libro sull’architettura zurighese. E ora sto ascoltando Radio 24 – Das isch Züri online. E la mia pagina iniziale quando apro mozilla è swissinfo. Ma non so ancora abbastanza. Non ho ancora ben capito, ad esempio, le regole della lotta schwizzera ma ho tempo fino ad agosto, quando ci sarà il nuovo campionato federale e vincerà un altro bovaro sangallese o di posti del genere.

Ah, so anche a chi darei la preferenza se avessi il diritto di voto, nel mio 7 Kreis, alle elezioni del 21 ottobre. E mi sono iscritto al Club Cisalpino, che è la versione transalpina della Cartaviaggio. Ieri mi è arrivata una busta con francobollo elvetico molto ripiena e già pregustavo la mia nuova tesserina, la apro con trepidazione, inalando come Jean-Baptiste Grenouille cercando odor di Alpi e soldi, e trovo questo:

-         Opuscolo 1 : Cisalpino, il treno che ti porta in Svizzera, con cui scopri le meravigliose comodità del Cisalpino tra cui ricorderò soltanto il capitolo “Italianità – anche in viaggio! Tutti i treni sono provvisti di un’accogliente carrozza ristorante in cui potete assaporare i piatti della cucina mediterranea. L’aperitivo in attesa del menù a più portate è naturalmente compreso” e “Comodo – il servizio taxi Se arrivate a destinazione e siete di fretta, nessun problema: pensiamo noi al taxi!”. Permettetemi di aggiungere anche “La vostra bicicletta viaggia con voi” e (tenetevi forte, miei cari lettori sindacalizzati!) “Servizio sciopero: Se è annunciato uno sciopero, organizziamo un servizio sostitutivo in torpedone che vi condurrà a destinazione il più puntualmente possibile”.

-         Opuscolo 2 : Welcome to the Club Cisalpino, in tedesco e italiano, che racconta come raccogliere i punti

-         Lettera di benvenuto, firmata da Sandra Ritz, che mi dà – appunto – il benvenuto e si spertica il coccole e saluti. Mi ringrazia di cuore, la Sandra!

-         24 etichette con l’indirizzo prestampato e adesivo di Cisalpino AG – Parkterasse 10, 3001 Bern da incollare sulle buste con cui spedire i biglietti per l’accumulo punti

-         e soprattutto questo

 

un regalo di benvenuto!… che gentili! E dire che per il biglietto del 15 ottobre ho pagato solo 29 euro da Genova a Zurigo! Vedete, sono con queste cose che i popoli mi conquistano, le piccole gentilezze e le carte fedeltà!
 

Quando bionda aurora il mattin c'indora
l'alma mia t'adora re del ciel!
Quando l'alpe già rosseggia
a pregare allor t'atteggia;
in favor del patrio suol,
Cisalpin Club lo vuol!

Se state pensando di stampare il mio voucher e usarlo al posto mio desistete. Io vi conosco e l'ho modificato perché non possiate superare i controlli dei controllori. Non mi fregate, sono ancora un po' italiano.

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DIARI
31 agosto 2007
ZVV: Dove i tram... ovvero: che ti dice la guida di Zurigo

Non c’è niente di più bello, cari, che trovare una sorpresa nella propria cassetta delle lettere. Soprattutto se questa sorpresa è una guida di Zurigo che cercavi da mesi e che hai trovato per caso su eBay vincendo l’asta grazie a un’offerta di appena 3 euro.

Per i malpensanti che la immaginano come un opuscoletto di otto paginette, posso dire che ha invece ne consta ben 448 (quattrocentoquarantotto) e che presenta capitoli dal titolo accattivante come Emigrant Lenin (a proposito di partito democratico), Leitungswasser und Dienstforellen (dove si scopre che l’acqua di Zurigo è priva di “Pesticidi, antibiotici, ormoni (?), virus e batteri patogeni”, che l’ultima epidemia di tifo è del 1884 e che la presenza di trote nel lago è la prova di quanto sia buona quest’acqua) e Franz Hohler: Ein wirkliches Erlebnis (in cui scopriamo quanto è bella Zurigo secondo questo qui, che fa lo scrittore, il cabarettista, che scrive canzoni, suona il violoncello e parla così, quindi non in tedesco come capiranno i miei germanofoni lettori, provando intensa Schadenfreude) oltre ai soliti Essen und Trinken e ai consigli per muoversi con i mezzi della ZVV, l’azienda di trasporto pubblico zurighese.

Proprio a questo riguardo e non al fatto che il secondo capitolo sia dedicato ai morti celebri nei cimiteri zurighesi (davvero tanti, tra l’altro) ho provato la più intensa e ambivalente sensazione di ammirazione sconfinata e terrore puro. A Züri non c’è la metropolitana, perché con referendum abbiamo detto che non ci serviva, quindi l’intero territorio cittadino è coperto da pratici e pulitissimi tram che passano con una frequenza – Susanna Heimgartner dixit – di due minuti. Due. Cioè io arrivo e arriva pure il tram. Non so se crederci ma se anche non è wow. Però, dice la stessa Heimgartner, a viaggiare con la ZVV si è sottoposti alla costante paura dei “brutalen Fahrscheinkontrollen”. Anche chi non capisce il tedesco capisce che brutalen sono cose brutte, mentre chi lo capisce sa anche che ci si riferisce al controllo dei biglietti. Riguardatevi la foto di Frau Heimgartner e ditemi se vi sembra una che possa temere qualcosa. No, vero? Eppure descrive l’ingresso dei controllori sul tram come l’arrivo dei Vandali a Roma (ero tentato di scrivere “come l’ingresso delle SS nel ghetto” ma mi impegno da anni per superare lo stereotipo germanofono-nazista… e poi i vandali erano popolazione germanica quindi va bene comunque…):


“Alla fermata irrompono nel tram una dozzina di controllori, come un Überfallkommando – una squadra mobile, che però detto in tedesco fa più paura -. Quindi bloccano tutte le uscite e chi non ha un biglietto valido e timbrato in modo assolutamente ineccepibile deve pagare senza possibilità di scampo 60 franchi più il costo del biglietto. Non vi aiuterà dire che non avevate abbastanza spiccioli, che la biglietteria automatica non funzionava, che non capite bene il tedesco… anche gli zurighesi che hanno l’abbonamento tremano per il comportamento rude dei controllori”


Ecco, io credo che farò l’abbonamento on line per agosto, anche se è finito, settembre, anche se non sarò a Zurigo, e pure ottobre, anche se arriverò a metà mese. Ora, tremando, vado a bermi una tazza di the nella tazza svizzera che mi ha regalato lui e mi leggo tutto quello che c’è da sapere sullo Zmörgele, che c’entra con la colazione ma visto che non c’è la foto non capisco cos’è.

Grützi!

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località
21 luglio 2007
Cancellare Zurigo

Conoscete i miei meccanismi di difesa: tra sei giorni (o cinque?) lascio Parigi e torno in Italia e quindi cosa faccio? Inizio a pensare a Zurigo e insvizzerirmi sempre di più. Anzi, inizio ad avere un po' di insofferenza per tutta 'sta francesità intorno a me e pregusto il momento in cui sarò nella cristallina aria delle Alpi, sullo Zurichberg. Perché ho scoperto che il mio arrondisment anzi, il mio Kreis sarà il 7. Ho già cercato su eMule delle canzoni con Zurigo nel titolo ma con scarsi risultati: soltanto Zurich is stained dei Pavement. Ho colpevolmente lasciato a casa la raccolta di racconti di Dürrenmatt, ho imparato a scrivere la ß anche con il portatile Toshiba (anche se in schwizzero credo non si usi), mi rallegro per la vittoria del Grasshopper nella prima di campionato e cerco di respingere una inquietudine che provo a spiegarvi.
Io sono bestialmente dipendente dalle guide turistiche. Le adoro, passerei la vita a leggere Lonely planet, Rough guides e soprattutte le Clup, che non mi stancherò mai di consigliare a tutti. Ne compro a decine, le compulso compulsivamente, le annuso, le riempio di foglietti e le custodisco come libri sacri. Normale, quindi, che abbia iniziato a cercare una guida di Zurigo. Non della Svizzera, perché diffido un po' delle guide di territori troppo ampi. Sì, anche di territori ampi ma più piccoli di Lombardia e Piemonte messi insieme. Da Gibert Joseph non se ne trovano e neppure nell'ampio reparto guide usate di Gibert Jaune. Ci sono guide della Svizzera, del trekking in Svizzera, dello Sci alpinismo in Svizzera, di Losanna e di Ginevra. Losanna e Ginevra... sarà un problema linguistico, sciovinisti francesi. Vado nella libreria tedesca e neanche un opuscoletto su Zurigo. Inizio una febbrile ricerca ma niente in italiano, niente in francese, niente in inglese, niente in tedesco. Vado nella più grande libreria di viaggi dell'universo mondo, in rue Sainte Anne, dove esistono guide di ogni minuscolo posto (Como compreso). Nessuna guida di Zurigo e due guide di Tuvalu.
Che faccio? come posso riempirmi la testa di nozioni e curiosità sulla città, sulla musica tradizionale, i piatti tipici, la storia minuta di Zurigo? esistono canzoni su qualsiasi posto al mondo, anche sui treni Reijka - Genova, è mai possibile che non ci sia mai stato un cantante che ha osannato la Limmat e qualcos'altro che ci sarà a Zurigo ma che non so ancora?

Aiutatemi, bitte...


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DIARI
13 luglio 2007
Il muro e le sue due ultime settimane

Tra esattamente due settimane, a quest'ora, starò provando ad addormentarmi nella cuccetta numero 8 di un treno partito quattro ore prima da Parigi Bercy. Avrò l'iPod nelle orecchie, immagino, farcito di chiacchiere in podcast e di canzoni adatte alla malinconia dell'avvenimento. Eppure io continuo ad aggiungere immagini al muro di quella che è ancora la mia casa a Parigi.

saudade


Vi piace? credo che saranno le foto che mi porterò dietro anche a Zurigo e poi chissà dove...

18 novembre 2006
Cavallette biancoblù

Nel mio annuale percorso verzo Z. i primi giorni sono i più appassionati, come immaginerete. Mi sono svegliato alle undici, stamattina, e ho acceso il computer alla ricerca di stazioni radio zurighesi. La conclusione è che sono tutte uguali a quelle italiane, sia per la playlist che per i jingle che per la grafica dei siti. Uniche eccezioni: Reggae Radio Zurich (nessun posto mi pare più lontano dalla Giamaica di Zurigo) e la voce scracchiante degli speaker che intervengono poco e aspirano oltre modo i -ch rendendomi pressoché incomprensibile la lingua.
Poi ho deciso di indagare il settore giuoco calcio e ho appreso che Zurigo ha due squadre, non solo la FC Zurich che mi segnalava lui, ma soprattutto il Grasshopper che non è - come credevo io - una squadra austriaca di Graz ma un glorioso club elvetico: non solo è zurighese ma è anche la squadra più antica di Svizzera (come il Genoa!) e oggi pomeriggio c'è il derby con l'FC Zurich (non proprio come il Genoa, perché con lo Spezia non è derby checché si dica in giro). Ad ogni modo, questa cosa mi ha irrimediabilmente legato a Zurigo e al Grasshopper, che tra l'altro è primo in classifica a due punti proprio dai cugini sfigati dell'FC Zurich. Sono già in ansia pre-derby.


Come faccio presto ad appassionarmi, io...


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DIARI
17 novembre 2006
Inizio d'approccio con Z.

Sto iniziando a cercare notizie su Zurigo. L'impressione è che ci siano tutte le cose che non mi interessano (leggi: montagne) e nessuna di quelle che mi piacciono (leggi: caos, smog e frenesia). Ho deciso che mi compro tutti i libri che trovo sulla Svizzera e Zurigo, visto che tra un anno dovrò sapere tutto ed esserne entusiasta.
Secondo voi esiste una canzone dedicata a Zurigo? E che squadra di calcio ci gioca?


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