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Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
7 gennaio 2009
Il deficiente nella neve. Post drammatico con finale oscuro.

Non so quale atavismo scatti in casa mia, ma quando nevischia qui si accende il panico. Forse la diffidenza di due persone cresciute in una città di mare per 'sta roba fredda e bianca che copre le strade e non capisci chi gliel'abbia chiesto. La neve, in casa mia, son autobus che non vanno, impicci, ghiaccio e salacate per terra. Per questo stasera mio padre, sotto forma di mia madre apprensiva, ha cercato di farmi desistere dall'uscire e - soprattutto - dal prendere la macchina. "Guarda che si blocca tutto, eh?" "Guarda che poi non riesci a tornare a casa! ma cosa esci a fare?" "Hanno dato l'allerta 1!" (che nessuno ha mai capito se l'allerta 1 è il più grave o il meno grave). Io non è che ne avessi una voglia estrema, devo dire. Però ho deciso di uscire come fossi un exemplum io stesso: si può uscire di casa anche quando nevica, come credi che facciano in Alaska? "Le tue battute cretine te le puoi tenere per te" dice mia madre ed io esco.


Beviamo qualcosa in un posto dove il cellulare non prende. Esco e la città è innevatella, sul cellulare ho tre messaggi: due avvisi della segreteria e mia madre che dice "Chiamami subito. Qui c'è una burrasca di neve non venire su perché non ci riesci". C'è bisogno di un poco di esegesi: io abito un po' in altura ed è vero che nel caso di ingenti nevicate diventa inaccessibile alla auto. Io però mi guardo intorno e vedo fioccherelli che cadono gentili, la chiamo e faccio un po' lo stupido, poi sento che si innervosisce, povera donna, e faccio ancora un po' lo stupido e poi torno normale per dirle di non preoccuparsi, che avrei messo l'auto nel box un po' più a valle "E come credi di fare a fare la rampetta?" "Ma guarda che la rampetta è coperta" bluffo io, tranquillizzandola. Io sono un po' smagato, lo sapete, e ignoro a quale rampetta si possa riferire. Lo scopriremo tra poche righe, vedrete.


Accompagno Jack, poi la collega paraparigina e la macchina inizia a slittare un po' per i fatti suoi cosa non carina affatto ma visto che lei mi dice "Vai piano vai piano vai piano vai piano vai piano ecco, vedi? devi andare piano come quelli lì vai piano vai piano" non ci son grandi problemi. Mi rifiuto di salire per la sua strada (che avrebbe previsto di salire su un rampone, altro che rampetta) e la saluto "Mandami un messaggio" Ridacchio "Se non mi ricordo è perché mi son addormentato prima". Lo manderò, quel messaggio.


Faccio via Isonzo, corso Gastaldi. Non giro dall'Ospedale perché, mi dico, la strada che dovrei fare vicino all'obitorio è troppo ripida e ha troppi tornanti, metti che la macchina slitti? allora faccio il ponte di Terralba, via Torti, via Donghi e son quasi arrivato e mi sento molto furbo e molto intelligente. Trovo il telecomando e facilmente riesco ad aprire il cancello "Non devo neanche scendere dall'auto" mi viene quasi voglia di provare a salire verso la mia strada ma desisto. E' la prima cosa intelligente che faccio dall'inizio di questo post, sappiatelo.

supero il cancello, faccio centocinquanta metri e noto che nessuno ci è passato da chissà quanto. Il mantello di neve è intatto come uno se lo immagina in un campo, perché i semi riposino e si ricrei il miracolo della vita. Però questo è asfalto e mi ricordo cosa è la rampetta e non è coperta.


La rampetta è una salita di forse quindici metri ma sembra un chilometro, molto ripida e coperta di neve. Io inizio a salire in prima molto, molto lentamente. Faccio qualche metro e la macchina inizia a fare fatica, do di acceleratore e slitta, mi fermo. Provo ad insistere, ma sento solo un immenso rombo e la macchina sta ferma. Ok, mi dico come se il mondo fosse facile, scendo e vedo cosa posso fare. In retro fino al piano, davanti a una Punto bianca sotto un bianco mantello. Guardo la rampa e penso "Potrei provare a togliere un po' di neve coi piedi". L'ho pensato davvero. E ho anche iniziato a farlo, in corrispondenza di quello che avrebbero dovuto essere le ruote: spazzo un pochino ma alla fine mi rendo conto che non è che questo possa servire a granché. Riprovo a salire wrrrrrrrrrooooooooooooooom faccio qualche metro in più, sarò a sei, cinque metri dalla salvezza e non vado più avanti. Non ci riesco. Per ora non recrimino sul tempo, sulla mia cocciutaggine, sulla rampetta e penso solo a risolvere il problema e di questo, a posteriori, andrei fiero se non fosse che non ho idee intelligenti per risolvere il problema. Tiro il freno a mano perché, mi dico, sono arrivato fino a 'sto punto mica posso tornare indietro! Il freno a mano tirato pare non servire granché, la macchina si muove impercettibilmente verso il basso. Tiro meglio, a due mani, e la macchina si ferma. Scendo e guardo cosa posso fare: magari davanti alle ruote c'è qualche ostacolo che... La macchina comincia a scendere e a prendere velocità.


Questo è un secondo, signori, ma è lungo come tutta la serata: la macchina scende verso la panda bianca, vedo l'impatto e so che sarà una di quelle cose di me che si racconteranno in eterno, so che mi verrà recriminata per sempre, anche se dovessi salvare il mondo ci sarà qualcuno che mi dirà "Potevi stare a casa quella sera" e la cosa peggiore è che avrà ragione. Mi lancio dietro la macchina e provo a fermarla per la portiera, per il portapacchi. Ovviamente va più forte di me, io cado, il braccio davanti alla ruota, lo levo in tempo, afferro quel che riesco ad afferrare, la macchina scende so che sta per scontrarsi con la panda, mi vedo anche morto investito, nel tentativo disperato di evitare lo scontro, la macchina slitta e si ferma. A venti centimetri dall'impatto. Perché i metri erano troppo pochi perché avesse un accelerazione sufficiente all'impatto, perché sarà qualche legge fisica, per l'attrito delle mie mani su ovunque, perché non era destino, perché sono il protagonista di questa sitcom fatto sta che si ferma. E mi salva.


Non posso mettermi a riflettere e a godermi la grazia di dio, a pensare a un ex voto. Ho una macchina davanti a una rampetta coperta di neve (eccettuate le impronte che un deficiente nella neve ha pensato potessero essere utili) e devo potare la macchina in cima alla rampetta. Se non facesse freddo e se non fossi qui bloccato come un idiota perché sono idiota sembrerebbe uno di quegli indovinelli che si fanno e la cui soluzione è sempre talmente ovvia da sembrare assurda quando la scopri. Le catene. Nel bagagliaio ci sono le catene, mettiamole. Chiamo a casa per dire che son vivo, metto le catene, faccio la rampetta e tornerò vincitore. Ma come cazzo si mettono le catene?


Leggo le istruzioni, mi inginocchio nella neve, sotto la neve e cerco di «agganciare i due capi» dietro la ruota. Le mani son sempre più un ricordo, completamente anestetizzate altro che piedi di Messner su un eurostar. Deve esserci, sotto in non sentire nulla, anche l'attrito dei due palmi sulla macchina e ora che hanno riassunto una temperatura ambiente (vi anticipo la conclusione: ho ancora le mani) vi confermo che sì, fanno molto molto male, putellate di spilli. La neve cade, io mi industrio per un po', sento che mi fa male pure un ginocchio ma non ricordo perché. Niente, non riesco a legarle cristosanto. Tengo un po' le mani tra le cosce, poi rientro in macchina e rileggo le istruzioni, suona il cellulare mio padre dice "Ma neanche in prima ci riesci?" e allora ci riprovo. 


Lento lento. Slitta e si blocca. Scende un po' indietro, con un discreto sangue freddo gioco in un modo inspiegabile sui pedali e oh, alla fine arrivo in cima. Sono ancora vivo, sono un idiota, la macchina ormai è salva, potrei finire il post. 


Vado nel box, parcheggio e decido di tornare sulla rampetta a controllare se ho lasciato indietro che ne so, il cappello, una mano, un pezzo di paraurti o l'anima ma no. Sto per incamminarmi sorridente verso il letto perché tutto è bene quel che finisce bene se non fosse che c'è qualcosa di strano nella retina, mi rigiro a controllare e negli ultimi due metri c'è il segno di tre pneumatici. 


Tre


Prima era bianco, son passato io, i segni di pneumatici sono tre. Lo sapevo, c'è una Forza Oscura, una Presenza Soprannaturale, un Marronconiglio (a proposito, leggete qui...) che mi aiuta nei momenti del bisogno come capita sempre, in realtà, ai supereroi, ai burattini di legno e forse anche ai deficienti nella neve.

30 dicembre 2008
Suibhibliotecario

Ecco, io non so che faccia ho, ma probabilmente viene avvertita come una faccia molto sapiente oppure strana. Sono nella civica biblioteca che tanto odio, stranamente silenziosa perché hey, è il 30 dicembre e il 30 dicembre la gente organizza il veglione e non sta a scrivere di necrologi di ottocento anni fa. Sono seduto ad un tavolo, oggi ho gli occhiali, un maglione viola e una sciarpa perché fa freddo e scrivo sul mac che «sono facilmente individuabili per chi ascoltava la poesia e, tutto sommato, anche per noi moderni, grazie alla miniere del Nécrologe. Tutti i testim...» Scusa, mi dice una ragazzina con il piumino, mi puoi mica aiutare? Io, che vi ricordo ho velleità superomistiche o deliri di onnipotenza, secondo lui, rispondo Certo dimmi pure. Sto cercando un libro... Oggesù, non sa la collocazione e pensa che il mio computer sia connesso alla rete? e non riesco a trovarlo... Inizio a fare la faccia strana, credo, e dico E che libro è? Un anno sull'altopiano, dice, di... Lussu... Sì, Emilio Lussu, dico io per farle capire che lo so e perché voglio farle credere di aver chiesto alla persona giusta, Ma ce l'hai la collocazione? Sì, sì... 940.4... però non lo trovo, mi puoi aiutare a cercarlo? Io non so perché lo chieda a me, in questa biblioteca tutto sommato abbastanza piena. Non so se saranno gli occhiali, il maglione viola, l'aria sapiente, saccente o dolente, non so se sembri un bibliotecario o se sembro soltanto una persona buona, fatto sta che l'ha chiesto a me. Mi alzo, guardo nello scaffale e, come il solito, i libri son malmessi. Due secondi, otto, dieci secondi e lo trovo, glielo do e mi dice Grazie! avevo chiesto anche al bancone ma non son stati d'aiuto!


Fatta la mia buona azione quotidiana, la allontano, mi siedo e guardo il ragazzetto che studia diritto commerciale e che mi guarda interrogativo. "Che gente che c'è a 'sto mondo" gli dico e lui distoglie lo sguardo.


Aggiornamento di due ore dopo: Trotterello per la sala alla ricerca di Lingua, testo, enigma che non troverò perché non c'è e un'altra ragazzina mi ferma: Scusi... Dimmi... Per trovare Lussu? Giusto cielo, ma che cazzo ho oggi che mi scambiano per bibliotecario e quale cazzo di professoressa ha dato come compito delle vacanze Lussu?

23 gennaio 2007
Bizzarro! Prosegue l'identità tra Suibhne e Superman

Riassunto: essendo stato io un bambino felice, adoravo Superman e Batman mi stava piuttosto indifferente. Oltre ai film, che adoravo, ricordo che esisteva anche un cartone animato il cui Superman e alcuni amici (Wonder Woman, Capitan America e quella gente lì) combatteva contro i cattivi per salvare la terra e alla fine di ogni episodio – pensate un po’ – ci riusciva. Il ricordo è un po’ vago, devo dire, ma credo fosse una serie anni ’60-’70, trasmesso da qualche canale sfigato a un’ora poco rilevante. Ad ogni modo, ricordo che in una puntata il nemico stronzo di Superman, Lex Luthor, lo aveva clonato con il fine di creare l’anti-Superman. In effetti il risultato dell’operazione, che veniva ben prima della pecora Dolly, era sorprendente: un sosia, con una mascella lievemente più pronunciata, la S capovolta e, ma non tutto poteva andare per il verso giusto, albino. Beh, l’assenza di pigmenti non era l’unico inconveniente, visto che Luthor lo aveva battezzato Bizzarro. Vabbé, da uno che si chiama Lex non ci si può aspettare granché. Era il solito topos dell’eroe e dell’antieroe che sono le due facce di una medaglia, un po’ come De Niro e Pacino in Heat, un po’ come tutta la letteratura occidentale. Ad ogni modo, veniamo al punto.


Voi ricorderete l’identità tra Suibhne e Superman, avrete bene a mente quando ho salvato la Hoover Damm. Bene, ho scoperto un’altra identità che conferma la prima e getta su tutta la mia esistenza l’aura del predestinato. Brrrrrrr…


Ricordate Stronzetto (quiqui e qui)? Bene, ho scoperto che si chiama come me. E soprattutto che le prime cinque cifre del suo numero di cellulare sono uguali alle mie mentre la sua sesta è la mia settima. Terribile! Anche io ho il mio Bizzarro, che poi è Stronzetto! Tra l’altro sono entrambi bianchicci! Stronzetto è l’anti-Suibhne, Stronzetto è il mio negativo! Terrificante, eh? Secondo me il giorno che dovessimo darci la mano esploderemmo. C’è di buono che, restando in metafora, alla fine lo butto giù per le scale e salvo il Dipartimento. Riconquistando definitivamente la scrivania, tra l’altro.

P.S. Qualcuno di voi si chiederà come faccio a sapere il numero di telefono di Stronzetto. Non è colpa mia se mi ruba la scrivania e parlando al mio telefono interno dà il suo numero di cellulare a una tizia della segreteria... Non sono io che origlio, è lui che parla a voce alta dove non dovrebbe!

20 febbraio 2005
Analogie e identità tra Suibhne e Superman

Io da bambino amavo Superman, il film intendo. Mi piaceva molto più di Batman, che all’epoca era solo un telefilm, ma si sa, io ero un bambino felice e ai bambini felici come me e Richard Donner (sarà un caso che sia nato il mio giorno? Che i bambini nati il 24 aprile siano felici per definizione? Non lo so…) piace Superman, mentre ai bambini tristi e malmenati come Tim Burton e Max Pezzali piace Batman. Poi con gli anni i miei gusti sono cambiati e ora mi stanno sulle palle sia Batman che Superman.



Comunque già oggi pomeriggio mi sono beato della scelta di palinsesto di Italia Uno e mi sono rivisto Superman. Anche la musica mi piace, tanto che me la sono appena scaricata da WinMx. Da pargolo, come molti di voi immagino, giocavo a Superman e mi sentivo anche molto Superman. Innanzitutto io, come Clark Kent, ho gli occhiali. È vero, i suoi sono più mondaini, ma solo perché lui era alla moda ed era negli anni Ottanta (anzi, un po’ prima visto che il film è del ’78). E comunque da bambino anche io avevo gli occhiali mondaini, purtroppo. Poi anche io volevo fare il giornalista, cercavo di bloccare i taxi con le ginocchia (mia mamma non era d’accordo), fingevo di vedere attraverso i vestiti (infatti è per fingere meglio che volevo comprare i famosi occhiali a raggi X), dicevo frasi ad effetto e poi mi stava da dio il blu. 


D’accordo, non volavo ma correvo abbastanza veloce. E d'accordo, non mettevo gli slip sui pantaloni. Almeno che io ricordi.



Però anche io ho salvato la Hoover Dam e la popolazione dell'Arizona.





Visto che ero sicuro non ci avreste creduto, adduco prova documentaria.




Notate lo sguardo sicuro e arcigno di chi sa di essere chiamato a un compito troppo duro, il cipiglio e la vocazione al martirio di chi sa che deve salvare il mondo? Beh, forse non lo notate. Ma in fondo, in quella foto ero ancora Clark Kent!


Look up in the sky. It's a bird, it's a plane, it's Superman!


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permalink | inviato da il 20/2/2005 alle 18:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
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