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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
22 novembre 2008
Borgate violente, sequestri di persona e un eroe

Stamattina, che era notte, uscivo con lei da un albergo molto elegante di Parigi. Era troppo tardi per prender altro che un taxi, quindi ci infiliamo nella prima grandissima auto blu davanti al portone, un signore in livrea ci apre la portiera, saliamo e aspettiamo non si sa bene cosa prima di partire. L'autista mette in moto e con accento slavo ma in perfetto italiano ci chiede l'indirizzo. Io non me lo ricordo, lì per lì, ma poi mi sforzo e gli dico rue des Grenuilles 12. Attraversiamo raccordi anulari e boulevard péripheriques in una Parigi che mi sembra Roma. Nel frattempo seduta davanti c'è anche Isab. che chiacchiera con il tassista che si dimostra molto simpatico e che parla anche genovese, sempre con leggera inflessione. Parcheggia al ciglio dell'immensa autostrada e ci accompagna in quella che credo fosse casa mia, dove vivevano anche lei e Isab., scendiamo una stradina fangosa nel buio della notte e vediamo il sentiero illuminato dalle luci del casolare in cui vivo. Davanti alla porta tiro fuori i soldi per pagarlo, gli chiedo quant'è e lui tira fuori dalla tasca una busta di plastica trasparente. "Che buffo, ha il tassametro portatile!" e invece tira fuori una pistola e me la punta in faccia "Dammi tutti i soldi". Io credo a uno scherzo, impugno la canna e cerco di disarmarlo, ridacchiando, ma quando mi rendo conto che uno scherzo non è preferisco non insistere. In realtà non vuole i soldi, ci fa entrare in casa e ci sequestra per non so quanto tempo. Una notte, non so bene come e perché ma prima è giorno e vediamo in lontananza una signora vecchia vestita di nero, come lo stereotipo sardo-calabrese, scendiamo in cantina e c'è l'orrore: corpi appesi con ganci da macellaio a un cancello, insanguinati e Robert De Niro che li mangia, mentre il nostro sequestratore insegue con un gancio un bambino per mangiarselo. Io sono tranquillo, lei è scomparsa mentre Isab è al piano di sopra. Poi mi trovo in una stanza del casolare e, non so come, ho appena disarmato il sequestratore. Con tranquillità mi connetto a internet per chiamare la polizia ma vengo disarmato a mia volta, il sequestratore mi punta la pistola in faccia, poi la gira verso di sé e si spara due colpi alla guancia e allo zigomo. Solo due piccole ferite circolari, lui non è morto allora prendo il cellulare, grido a lei e a Isab. che siamo liberi e prendo il cellulare, esco fuori dal casolare e chiamo il 113. Poi mi viene in mente che siamo a Parigi e chiamo prima il 911 e poi il 112 a cui mi risponde, però, una voce registrata in tedesco. Esce il sequestratore, sanguinante ma in forma, e mi insegue. Io e loro scappiamo su per una strada, arriviamo davanti a un gruppo di ausiliari del traffico c'è una colluttazione tra me e il sequestratore, alla fine lui è disteso per terra e io con un piede sul suo collo, gli punto la pistola in faccia. Si avvicina un ausiliare che parla romano, gli dico di arrestarlo e di fare qualcosa. Lui mi dice "Guardi, signore, io vedo che è lei a puntare una pistola contro al signore che è pure ferito". Penso al fatto che non ho prove ma mi metto a strillare che è mio diritto che la polizia lo fermi e che se non scrive un verbale con quello che dico lo denuncerò. Lui pare convinto.

Siamo con lei da qualche parte, è passato del tempo, arriva una macchina da cui scendono Sara e Facciab. Gli dico "Tu non sai cosa mi è successo!", lui fa una battuta cretina.


A parlarne sembra un incubo eppure mentre mi rigiravo nel letto, sotto coperte rese inutili dal sole caldissimo che mi picchia addosso a mezzogiorno, in 'sta stanza di dormiglione, non avevo minimamente paura. Ero un po' come i personaggi dei telefilm che evadono dai carceri con gravità e concentrazione, come i protagonisti dei film che saltano di tetto in tetto, inseguono macchine e sparano senza dimostrare il benché minimo cedimento emotivo. Sono eroico, mi sa, almeno nei sogni.


Certo che non mi sarei mai aspettato certe cose, da Robert De Niro...

DIARI
6 ottobre 2007
Paris
Ieri notte ho sognato un video in cui Paris Hilton cantava Double Je, cioè la canzone di Christophe Willem, vincitore di Nouvelle Star 2006, che le radio passavano ossessivamente mentre ero a Parigi. Io non so proprio per quale motivo sogni cose così assurde, so solo che mi sono addormentato guardando l'ospite di Marzullo che chiedeva alla psicologa perché di solito non ci si ricorda i propri sogni e che mi sono svegliato chiedendomi perché sogno certe cose e perché non le dimentico.

Credo che oggi pomeriggio andrò in giro per la città a fotografare. Lunedì parto per Pavia, giovedì ritorno a Genova, lunedì parto definitivamente.




Quand je serai grand je serai Beegees
Ou bien pilote de formule un
En attendant je me déguise
..c'est vrai ..
Que tous les costumes me vont bien
Le rouge , le noir , le blues , l'espoir, noir !
De toutes les couleurs j'aime en voir

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permalink | inviato da suibhne il 6/10/2007 alle 13:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DIARI
28 luglio 2007
Doppio sogno

Avvertenza per lei: NON leggere questo post.

Nella prima notte a Genova faccio sogni un po' strani. Innanzi tutto sogno di sfogliare l'atlante stradale di Parigi, dove risultano tratteggiate a penna strade, piazze e giardini sull'acqua che non esistono ma che nel sogno mi erano piaciuti molto. Poi vivo una strana avventura e riformulo l'invito a lei: non leggere oltre. Sono su un aereo bianco con banda rossa sul lato con un'amica che non vedo da anni ma a cui ero molto legato dune quindicina di anni fa. L'aereo cade, ma questo non lo ricordo, perché il sogno inizia che siamo già in mare. L'aereo galleggia e noi siamo lì aggrappati, con il giubbotto di salvataggio che avremo gonfiato di sicuro dopo essere usciti dalle uscite di sicurezza, visto che faccio sempre quello che mi dicono le hostess in caso di incidente aereo. Ad ogni modo, ad un tratto l'aereo inizia ad imbarcare acqua, noto che sul fianco della carlinga c'è uno squarcio dalla testa alla coda. L'aereo inizia ad affondare lentamente ma inesorabilmente, io ci metto in salvo e sono abbastanza tranquillo, solo che penso: "Chissà se siamo vicini a un porto e ci verranno a salvare. Chissà quanto ci metteranno a capire che siamo caduti in mare...". Non so perché ma nel sogno l'aereo era confuso con una nave, evidentemente, che parte da un porto e che ha bisogno di scialuppe di salvataggio. Di certo ci salviamo, perché poi mi ricordo che passeggiavo con lui in giro per una città che non è Parigi ma che è molto più calda, dobbiamo arrivare in un punto segnato sulla cartina di Parigi dell'inizio, che dopo lungo peregrinare finalmente troviamo. Entriamo in questo specie di stabilimento balneare (c'è odore di cabine di legno assolate e costumi da bagno bagnati), poi mi sveglio. Non è la prima volta che mi sogno un aereo che non fa il suo dovere, ricordate?

Boh, sogni che ne dici?


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permalink | inviato da suibhne il 28/7/2007 alle 11:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
28 gennaio 2007
La zattera jugoslava. Dormiveglia

Tazza di the, gambe congestionate dal freddo sotto le coperte, luce spenta e solo il bagliore bluastro dello schermo del portatile. Tra poco, cari e care, mi abbandonerò al dormiveglia e questa è una delle tre o quattro sensazioni più belle della vita. Il dormiveglia è l’unico momento in cui riesco a sciogliere il legame tra parole e senso, in cui l’impossibile c’è. È lo scivolare, il bello. Il senso di leggerezza, di vapore in cui si è. Il senso di allentamento dei legami – di tutti i legami – in cui si galleggia e in cui sto scrivendo, con gli occhi che lacrimano dal sonno e gli sbadigli che mi dicono Spegni.


Io, prima di addormentarmi, sceneggio la vita. Oddio, ora capita molto, molto più raramente, ma quando ero ragazzino – e anche più recentemente – mi mettevo alla prova e immaginavo cosa dire in situazioni fisse. Ricordo che una volta, neppure troppo lontana, avevo provato per due, tre, cinque notti di seguito – con gli occhi chiusi e con una presentissima assenza – la frase da dire a una ragazza per convincerla che era la donna della mia vita. Fortunatamente la sera X tutto ha preso una piega diversa, perché scrivere i monologhi ha poco senso se l’interlocutore è di carne e ossa. Quando ero piccolo davvero, tra le medie e l’inizio del liceo, la mia sceneggiatura tipo era sospesa a metà tra harmony e un film porno: ho diciotto anni e sono andato in campagna a studiare – nevica tantissimo e resto bloccato – ad un tratto, mentre leggo qualcosa, bussano alla porta (perché non suonano? Perché c’è bisogno di bussare a una porta finestra e perché non mi accorgo che si avvicina qualcuno? Il dormiveglia non ha raziocinio, come i film americani) ed è XYZ, le si è rotta la macchina e chiede di poter fare una telefonata – fa la telefonata, l’ACI non può venire e passa la notte da me – week end tenero e spinto a seconda della nottata. Notate che la sceneggiatura in questione non avrebbe senso, ai tempi nostri, perché XYZ avrebbe chiamato l’ACI con il cellulare e qualcosa sarebbe successo. Se fossi pre-adolescente oggi, miei cari, dovrei inventarmi altro. XYZ, come potrete immaginare, cambiava con imbarazzante rapidità, credo siano state XYZ tutte le mie compagne di classe e la maggior parte delle ragazze che incontravo.


Poi sono cresciuto e il dormiveglia si è fatto più fantastico, chissà perché: il materasso su cui dormo è fatato, si solleva e vola nello spazio e nel tempo – vado da XYZ e le spiego che è prescelta per fare un giro del mondo con me, sul mio materasso – giriamo per il mondo e la fine è simile al sogno precedente.


Poi si cresce veramente e il dormiveglia si carica di “domani devo fare…” e “uff, domani devo fare…”. Attualmente il dormiveglia, quasi sempre, dura pochissimo anche a causa di MSN e del blog. Non so se sono mai stato davvero in grado di vivere una dimensione che non fosse quella della realtà, ma se mai è successo è stato nei momenti di dormiveglia. Soprattutto quando le parole che senti (a volte accendo la radio o la TV, prima di dormire) o quelle che dici nella tua testa si sfarinano e si intrecciano. Ne ho avuto coscienza per la prima volta a fine giugno 1990, sdraiato nella cuccetta di un treno che mi portava, undicenne, a Parigi. Ero agitatissimo e non riuscivo, ovviamente, a dormire. Poi mi sono detto: Devi abbandonare la mente a quello che viene. Ricordo ancora cosa venne “Sembra di galleggiare sulla zattera della Jugoslavia, coi remi, di legno, poi scendo…” e lentamente mi sono addormentato. Ancora oggi, diciassette anni dopo, senza aver mai visto una zattera e senza che la Jugolsavia esista più, a volte penso alla zattera jugoslava e mi addormento. Tra poco dormo, non ne avrò bisogno.


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17 febbraio 2005
Pezzi di lingua tagliati e un aereo ultraleggero. Polpo sullo stomaco.

Ieri ero piuttosto stanco, causa inquietudini professionali e giornata politica intensa. Arrivato a casa alle undici e mezza di sera, affamato al punto che mi sarei mangiato un piatto di insalata di polpo, un bombolone frittofrittofritto e un paio di caramelle per poi ficcarmi sotto le coperte, ho mangiato un piatto di insalata di polpo (evitando accuratamente i cetriolini sottaceto), un bombolone comprato amorevolmente da mio padre la mattina ma che ormai era intriso di olii esausti e un paio di caramelle alla menta perché non si sa mai. Poi, visto che la storia non insegna nulla, a mezzanotte e poco più mi sono messo sotto le coperte, dopo una breve occhiata a televideo. Erano mesi che non andavo a letto tanto presto. Com’è, come non è in breve mi sono addormentato e ho iniziato a sognare cose strane:



Camminavo per non so che strada cittadina assieme a gente che non so e a the-saint, passiamo vicino a un cartellone di propaganda politica in cui campeggia un eccentrico simbolo di Uniti nell’Ulivo: all’interno del cerchio del simbolo la scritta in blu in carattere psichedelico da Seventies Uniti nell’Ulivo e all’interno della scritta il classico simbolo con il rametto ma senza l’azzurro dello sfondo. Il simbolo in sé mi appare brutto, ma the-saint ci si incazza proprio e inizia a dire che così non si può andare avanti e che tanto vale votare Bertinotti per non diventare democristiani. La cosa che anche nel sogno mi ha sorpreso è che la critica partiva dal simbolo e lì si fermava, non aveva motivazioni politiche. Per questo motivo la critica mi era parsa strumentale e un po’ di facciata. Non riesco a capire per quale motivo abbia proprio sognato the-saint, ma forse il fatto che ora sia in Svezia e che non abbia soldi per rispondere all’SMS che mi ha scritto è un elmento da prendere in considerazione.



Subito dopo mi trovo su un treno che sta portandomi a casa. Ci sono io, le persone di prima che non so. In più c’era anche lei, non presente fisicamente ma sapevo che c’era. Mi trovo con the-saint in una specie di cabina di pilotaggio in testa al treno, è notte e siamo in grande ritardo. Non so di cosa stiamo parlando. A un certo punto arriva una comunicazione dall’altoparlante: Tra poco arriveremo nella stazione di Bordighera, dovrete scendere tutti perché prenderemo un piccolo aereo fino a Genova, ci scusiamo per il ritardo. Da una parte ci sorprendiamo per i metodi innovativi delle ferrovie per non arrivare in ritardo, dall’altra sentiamo che c’è qualcosa sotto. Chiedo a una hostess il motivo dello spostamento su aereo ultraleggero e mi dice che a un passeggero si era staccato un pezzo di lingua (fa il segno con il mignolo come a tagliare una fetta laterale) e che doveva andare all’ospedale. Scendiamo dal treno in una specie di radura notturna, luci arancioni da stazione benché in stazione non siamo. Io penso all’aereo ultraleggero e ai voli di quest’estate in America con lei. Mi sveglio con un discreto mal di testa a mezzogiorno e venti perché suona il telefono.



Sogni, che è ‘sto casino?


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DIARI
4 febbraio 2004
Cosa può fare uno spezzatino sullo stomaco...

Ancora GEG. Ieri la Ringhiosa tutoressa non è venuta, quindi l’ufficio è rimasto vuoto. Ragazza insopportabile, dovreste conoscerla. Ma no, non lo auguro quasi a nessuno di quelli che stanno leggendo. Non vi dirò molto della mia giornata romana, ieri. Bel viaggio, soprattutto il viaggio di ritorno di parole in libertà. Tornato a casa alle undici, ho mangiato un po’ di spezzatino con patate e carciofi (un po’ crude le patate, ma oggi cuoceranno ancora un po’) e girellando per l’etere ho intravvisto iil Tg1 (non me lo ricordavo così fazioso!) e il finale di Bisturi, con la Pivetti e Platinette. Un ipotricotico pizzettato aveva appena fatto la liposuzione con buoni risultati, poi Platinette si era pesata (cazzo, ma pesa 164 chili! Tre volte me!) e la Pivetti le ha detto che deve dimagrire. Tenete a mente questo dettaglio. Dopo controllo il blog, mi indispettisco per le polemicucce che vi albergano, mi becco un’accusa di vestire i pantaloni di un’altra persona (sicuramente non quelli di Platinette che mi andrebbero larghi) e decido di non scrivere nessun post, ho troppo sonno.

Non ci metto tanto ad addormentarmi, insolitamente ma comprensibilmente. Poi ero in una stanza simile alla mia, anzi era la mia ma più grande. Stavo a petto nudo e una specie di pantaloncino Dimapant, e stavo facendo notare al Chiarissimo professore la pancetta che mi è recentemente spuntata (lo facevo notare anche ieri sul treno con finta vanità) e lui mi ha detto che avrei effettivamente dovuto dimagrire. Quindi mi sono sdraiato per terra ho messo i piedi sotto la libreria dei libri d’arte di mio padre che sta in camera mia e ho iniziato a fare addominali. Fine. Facile lavoretto per sogniebisogni.

Ad ogni modo, visto che quest’anno i pantaloni a vita bassa saranno un must anche per gli uomini, secondo voi devo fare la prova costume e poi sudare qualche addominale al giorno?

[Se qualcuno si azzarda a rispondere a questa domanda non cogliendo la sottilissima ironia verso i supplementi femminili a giornali altrimenti definibili seri, giuro che lo metto in blacklist.]


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