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Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
18 agosto 2009
Le torri, Pisa, Parigi e Madinat al-Kuwayt

Premessa doverosa: io non ho idea di come siano fatte Kuwait City, Al Jahrah, Qasr o Abdali. E, figuriatevi, non ho un'idea mentale neppure di Doha, Baghdad (che immagino - ahimé - sempre attraverso uno schermo verde come nel '91 oppure mentre entrano gli americani e tirano giù Saddam Hussein), Dubai o il Bahrein. Non so quanto valga un dinaro kuwaitiano e conosco un po', ma solo perché ho buona memoria, le vicende della Guerra del Golfo (che ancor non si chiamava Prima) nel 1990-1991: l'invasione del Kuwait in agosto, il discorso di Bush (che non si chiamava ancora Padre), gli italiani sequestrati, che facciamo? in guerra o no?, l'ultimatum per gennaio, gli assalti ai supermercati, che all'epoca la guerra sembrava una cosa seria e ci si ricordava solo la Seconda Guerra Mondiale.

So di non sapere tutte 'ste cose, ma so anche che se dovessi fare un depliant che pubblicizza i voli di Alitaliahahahah o di Airfrance verso il Kuwait e i paesi del Golfo mi informerei per evitare figure di merda.

Perché, sapete, poco fa un certo qualcuno mi chiama: c'è un volo Roma - Parigi che costa molto meno del previsto! Solo che è un volo Kuwait Airways, che compagnia mai sarà?! Allora cerco ligusticamente di convincerlo a prendere il volo risparmioso prendendo notizie sulla compagnia aerea, lodando l'affidabilità del governo kuwaitiano (confondendolo con il Quatar, mi è venuto in mente dopo...) e il fatto che sono tanti tanti anni che non dirottano più i suoi voli (questa seconda parte l'ho tenuta per il sostegno ad acquisto avvenuto). Ecco, nel guardare il sito della Kuwait Airways ho visto questo splendido depliant:




Ecco, io posso anche accettare che i kuwaitiani confondano Berlino con Francoforte.... ma cazzo! La torre di Pisa a Parigi!? Si chiamerebbe torre di Parigi, non torre di Pisa, se fosse a Parigi e non a Pisa! E poi... quella è Praga o no, secondo voi?

19 novembre 2007
Ginevra, ovvero: della effettiva percepibilità dei confini

Ginevra è fredda come non credevo potesse essere una città. Non me ne rendo conto subito, appena sceso con dieci minuti di ritardo – tutti da imputare alla rete Svizzera, miei cari SBB/CFF/FFS – alla stazione di Genève Cornavin ma certo, attravesando il Parc des Bastions per raggiungere l'Université dove si sta tenendo il convegno che mi interessa, superato il Rushmore di Ginevra, incomincio ad averne il sospetto. Fortunatamente ho i guanti, il capelluccio parisien ma, visto che mi fido delle previsioni, anche un Mütze di lana peruviano, la sciarpa, i calzini da gelo con i calzini normali, una giaccavento impermeabile. Inutile, ne sarò certo quando, dopo una mattinata di convegno interessante, una pausa caffè e una certa familiarità linguistica cui in zona schwizzera non ero ancora abituato, mi sposterò verso l'ostello, a piedi perché due franchi e venti di biglietto dell'autobus non mi sembrano abbastanza pochi da concedermi evitare la traversata nel gelo.

L'ostello ha l'odore degli ostelli, che è l'odore della palestra di scuola, che è l'odore, secondo me, del disinfettante che usano per disinfettar le cose. Camminando per rue de Lausanne e per le altre strade in zona stazione (solo l'ostello di Genova non è vicino alla stazione, ma è vicino a casa sua) mi rendo conto che il Röstigraben, vale a dire il fossato che separa la Svizzera romanda da quella Alemannica dove mi trovo a vivere in questi mesi è effettivamente profondo. Non soltanto per il fatto che qui parlino una lingua intellegibile, no. Qui le strade sono pulite, ma non del tutto. C'è una grande varietà di immigrati di una gran varietà di colori. Ci sono bandiere europee, quelle blu con i cerchi gialli, che sono viste – da Svitto a Sciaffusa, dall'Appenzello (Innerhoden o Ausserrhoden poco importa) a Soletta – come quelle dell'Unione Sovietica e che vengono, immagino, bruciate in piazza in solenni manifestazioni di orgoglio cantonale. La città mi dicono essere la metà di Zurigo ma mentre quest'ultima mi sembra un placido, moderno ed efficiente paesone, Ginevra mi sembra una vera città, con il traffico, il rumore, la puzza e i poveri. Perché ho incontrato ben tre mendicanti, uno spacciatore che mi offriva non ho capito bene cosa e una mignotta che ha tentato di abbordarmi alle quattro di pomeriggio. A tutto questo fa da pendant, come in ogni città, una zona, più estesa che nella maggior parte delle città, per i ricchi, con gioiellerie, banche, negozi raffinati e ragazze che si credono di essere sulla Senna e non sul Rodano, sull'isola di Manhattan e non sull'Ile Rousseau.

Visito il museo della Riforma, mi inalbero per qualche grossolano abbellimento delle ragioni per cui protestavano i protestanti, vedo una lettera autografa di Lutero e mi entusiasmo (sono feticista, lo sapete… siete stati fortunati a non essere stati con me quando ho visto l'autografo di Leopardi, le scarpe di Marlene Dietrich o di Marylin Monroe), mi convinco che Calvino era un tipo un tantino invasato, sgrano gli occhi quando scopro che aveva 27 anni quando ha combinato tutto quello che ha combinato (sono in ritardo di un anno) (un anno e mezzo, va bene), mi convinco che i calvinisti mi stanno meno simpatici dei luterani ma non ce la faccio, e alla fine resisto solo a stento alla tentazione di attacar briga con la bigliettaia dicendole che se dio esiste, cosa che francamente non mi sento di affermare, di certo non si basa sulla sola fede per decidere se il sottoscritto finisce o no in paradiso.

Ad ogni modo, il museo della Rifoma nel 2007 è stato premiato come miglior museo europeo dal Consiglio d'Europa che l'ha premiato con una statuetta, esposta in una sala vicino al ritratto di Calvino, che rappresenta La femme aux beaux seins di Miro. Se non la conoscete siete ignoranti ma guardate qui e capite l'ironia della statua, di quella statua come premio, e di quella statuetta vicino al ritratto del calvinista Calvino.

Camminare per le stradine attorno alla cattedrale (che sarebbe splendida se non fosse per gli odiosi neoclassici che le hanno sovrapposto una anonima facciata) è un godimento, malgrado il vento a qualche grado sotto zero, incontrastato nelle strade eccetera, e malgardo il fatto che uscendo dal museo della Riforma mi sono accorto di aver perso un guanto. Piacevole essere quasi l'unico a passare, la sera alle sette, tra le gallerie della Grand Rue, di rue de l'Hotel de Ville, chiuse ma con le luci accese. Stupendo guardare, il giorno dopo, alle quattro, poco prima di partire, i gabbiani e le mouettes tra il Rodano e il lago, i palazzi sul quai, quella luce rosa che tremola e il Monte Bianco (sì, il monte Bianco) là sullo sfondo. Vi dirò, era bello anche vedere il lago in burrasca, la prima sera, vedere quanto possono essere alte le onde di un lago, ringraziare il cielo, il fato o soltanto te stesso per aver attraversato la strada in tempo ed esserti scampato l'onda che aveva appena superato l'argine.
Ed avvertire un singolare stupore vedendo un lago che sembra un mare in burrasca e che ha le Alpi sullo sfondo.

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permalink | inviato da suibhne il 19/11/2007 alle 16:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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