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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
7 agosto 2009
Riportando a casa tre anni di fotocopie. Congedo.

Tre anni di fotocopie sono immensamente pesanti. Stamattina son andato in dpt, che è chiuso anche se i dipendenti ci sono e non si capisce perché non tengano la porta aperta e si limitino a giocare a solitario col computer in attesa dell'ora di uscita. Sono salito al piano di sopra, deserto: non c'era Panzone, non c'era Stronzetto, non c'era l'Ovale, nessuno, nessuno, nessuno. Solo tre anni di fotocopie, un paio di libri che avevo lasciato sedimentare su uno scaffale. Riempio lo zaino e fatico a farci stare tutto, perché tre anni sono lunghi, sapete? Che poi io dico "tre" ma tutto sommato sono di più, son quattro, quasi cinque... Mi sembra di essere uno di quei personaggi da telefilm americano, che lascia l'azienda perché è stato licenziato oppure va in pensione, si trasferisce o chissà che, e riempie una scatola di cartone con tutti i suoi oggetti: la foto della moglie, il mug con la frase simpatica in cui teneva tutte le matite appuntite, i passatempi moto perpetuo...


Signore, signori, questo è il congedo dal dpt, definitivo probabilmente. Le prossime acide irritazioni verranno dalla BnF, probabilmente, o da qualche sezione della Sorbonne. State pur tranquilli che ci saranno, ci sono già state...

16 febbraio 2009
Orrore. Puro.
Seduto alla scrivania, alla mia sinistra una pila di libri sul teatro, un cumulo di fotocopie, alla mia destra un succo di frutta alla pera, un bicchiere di plastica con un residuo di caffè, una bottiglietta di acqua San Benedetto naturale oligominerale appena iniziata. I piedi freddi. Panzone se n'è appena andato, Stronzetto è lì a capo chino a spargere inquietudine. Ho i piedi freddi, che non c'è S. che tiene il riscaldamento a palla. Nelle orecchie le cuffie che spargono Fragile Forest degli Yuppie Flu, che non so ben chi siano ma che rende la situazione un po' inquietante. Là fuori è grigio, c'è un silenzio finalmente di tomba. E dico tomba mica a caso.

Ad un tratto sento uno strano ansimare. Tipo uno che ha il naso tappato ed è obbligato a respirare con la bocca. Oppure tipo uno che sta per morire soffocato dal proprio vomito o perché un criminale gli sta infilando in gola calzini sporchi. Quest'ultimo dettagli è perché io sarei pulp se solo mi lasciassi un po' più andare e se non lo trovassi ormai privo di gusto e demodé. Ad ogni modo, l'ansimo si fa sempre più insistente e capisco che proviene dalle mie spalle. Non è l'Ovale, che oggi non c'è. E comunque alle mie spalle c'è una libreria e un muro. Mi giro. Dallo sportellino che mette in comunicazione la nostra sala con l'ufficio del principe del male e della plurigravida spunta una faccina. C'è una bambina vestita di rosa, capelli lunghi, biondi che scendono sulla faccia e fuori dallo sportello, appesa dietro di me. E ansima. Mi guarda con gli occhi di una invasata e ansima. Come se fosse una bambina di un film horror. Dopo l'infarto, la rianimazione («Lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo!» «Uno - due - tre - libera!») e lo sgomento, capisco: è la figlia della Plurigravida che non si capisce perché non è a scuola. Ma io dico, si può andare in giro così a spaventare i bravi ragazzi? non ce l'ha una madre che le dice di non sporgersi, che la testa pesa più del sedere, che io ho da fare e che sono facilmente impressionabile? E poi: perché non la portano da un medico? ma si rendono conto di come respira? se fossi il dottore di un film western scuoterei la testa e mi toglierei il cappello, se fossi il protagonista di un film horror inizierei a scappare, se fossi me chiuderei lo sportellino sulla faccia della pupa...

Ma non lo faccio, diamine, non lo faccio. E quella ansima ancora.
18 dicembre 2008
Il suono che più non si sa

Ultimi minuti del 2008 in questa biblioteca silenziosissima come mai è stata. Son solo, eccetto Panzone che, sarà che è gentile, sarà che è Natale, inizio ad apprezzare. Continuo a non parlargli e a ostentare il mio disinteresse per il fatto solo che sia in vita, però sotto sotto lo apprezzo e forse lui se ne accorge. Si è pure fatto la barba e non è più cavourriano. In questo silenzio di sapienza e solitudine, con soltanto qualche macchinario che romba giù nel cantiere, sto per chiudere il computer, darmi due gocce di collirio, radunare fotocopie e libri da spulciare e render tesi durante le vacanze. 


Poi sento vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvuvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvrrvvvvvvvvu. Avete presente il suono, no? ecco io sì ma non ricordo cosa sia. Il suono è familiare ma per quanto mi sforzi non ne vengo a capo. Dove avrò sentito sto suono circolare e uniforme come il moto che si studia il terza liceo? E' un suono che risale a anni fa ma è un suono che conosco bene e soprattutto, da dove verrà fuori? Localizzo rapidamente l'origine, seguo il filo nero delle cuffie di Panzone e finiscono in un walkman. Ma certo! il rumore che fanno le audiocassette [ormai Word segna errore, quando scrivi questa parola, che ormai cassette son tornate ad esser solo quelle della frutta] quando devi schiacciare FFW per poi poterle girare e ascoltare il lato B dall'inizio! oppure quando lo schiacci per risentire l'inizio di una canzone che ti è piaciuta. Il FFW a scatti era colonna sonora dei pomeriggi in cui si trascrivevano i testi delle canzoni, ricordate? Inizia la canzone, senti una frase, stoppi, scrivi la frase, se non hai capito bene la frase apri lo sportello, giri la cassetta, schiacci FFW per poco, riapri lo sportello, rigiri la cassetta, riascolti la frase. Io non so quando ho abbandonato l'ultimo walkman, ma mi sa che si parla di una decina di anni fa.


E di una lingua che più non si sa.

23 novembre 2008
Pomeriggio a Shanghai. Fotocopie.

Ho rimandato ma alla fine ho dovuto farlo. Ho messo a posto (leggasi: sto mettendo a posto) le fotocopie che ho fatto in questi anni, alla disperata ricerca di tre stanze di un lebbroso provenzale che so di aver fotocopiato ma non so dove siano. Spostare, impilare, catalogare, infilare fogli in buste di plastica dà, però, una prospettiva interessante sugli ultimi anni. Si percepiscono tutte le idee stupide che ho avuto e che son naufragate, tutti gli spiragli di ricerca che son stati giustamente sovra me richiusi, tutte le ambizioni che coltivavo e anche l'impeto, la brillantezza e la fortuna di alcune scelte. Insomma, è un lavoro interessante, so quasi sempre dove e perché ho fotocopiato gli articoli, riconosco quelle tre pagine che ho fotocopiato nel Mittellateinisches Seminar di Berlino, inverno 2002, e che volevo pagare al professore che mi ha risposto "No, lasci stare... son stato studente anche io", ricordo quando avevo una fotocopiatrice a casa e ho fotocopiato tutta l'Avviamento all'analisi del testo letterario, del nostre emperere magne (si riconosce la fotocopiatrice, come in un noir anni Trenta, perché aveva un difetto e lascia su ogni pagina una striscia nera che taglia via un carattere per riga), riconosco cose fotocopiate a Pavia, Siena, Firenze, Milano, in Dpt, in copisteria, alla BnF, a Zurigo, fotocopie che mi hanno spedito per cui ho sacramentato. Fotocopie sbagliate, con pagine capovolte e righe tagliate, fotocopiate troppo piccole, fotocopiate troppo grandi, con spreco di carta e con risparmi sopraffini.


Attualmente il mio problema è non morire sommerso. Perché in tutto questo itinerario che vi ho descritto con la trepidazione e la fragilità di uno che sta per finire la tesi o, meglio, che deve consegnarla entro fine gennaio ho accumulato tanta carta da sfrattare centinaia di indios dell'Amazonia, da far piangere Grazia Francescato e da far perdere la tranquillità a Sting e al suo amico col piattino nel labbro. Ma oltre a tutto questo è praticamente impossibile mettere ordine quando trovi due articoli infilati l'un l'altro. E' peggio di una partita di Shanghai questo pomeriggio, e mentre canto tra me e me, appunto, della babyface girl from Shanghai che never smiles and never cryes, mi chiedo a cosa cazzo stessi pensando quando ho fotocopiato Il Sangue nei poemi cimrici del Canu Aneirin.

CULTURA
21 aprile 2008
Suibhne e gli studi bislacchi

Gira una voce assai maligna, in Dipartimento, cioè che io leggerei qualsiasi libro che abbia nel titolo l'espressione ... nel Medioevo o - ancor meglio - ... au Moyen Âge. Si dice che mi piacciano discorsoni generici, storia delle idee e chiacchiere più che puntigliose analisi testuali. Si dice, in pratica, che a me piacciano moltissimo La Mort au Moyen Âge, L'amour au Moyen Âge, Il corpo nel Medioevo, L'autunno del Medioevo (L'autunno nel Medioevo non l'hanno ancora scritto, purtroppo...), L'alimentazione nel Medioevo, financo Storia dei peccati nel Medioevo, I bassifondi di Parigi nel Medioevo, Vita e Natura nel Medioevo, Salvezza e salute nel Medioevo, Pour une dramaturgie du Moyen Âge, Storia di qualsivoglia letteratura nel Medioevo e chi più ne ha più ne metta. Si dice che sarò soddisfatto soltanto quando troverò il libro Le Moyen Âge au Moyen Âge, ma sono tutte cattiverie che si dicono sul mio conto. In realtà è vero, tutti quelli che si occupano di qualsiasi argomento a livello più o meno specialistico trovano interessanti libri dai titoli criptici, quando non esilaranti, dalle persone che non esito a definire normali. Chiunque si stia spremendo come un limone su una tesi di dottorato che, dopo tanta fatica, lascerà il mondo esattamente come l'ha trovato (anzi, un po' peggiore a causa dello spreco di carta per le fotocopie di articoli inutili, dell'energia consumata in estenuanti ricerche imbarazzata che hanno le persone che ti chiedono "Di cosa ti occupi?" quando si sentono rispondere "Un genere poetico piccardo dell'inizio del XIII secolo" oppure "Les chevaliers-paysans de l’An Mil du lac de Paladru", come la povera dottoranda nel film di Resnais. Non c'è bisogno di andare nel Nord Est di cui parla lui, dove studiare è considerato un modo per perdere tempo. L'atteggiamento è generalizzato e, insisto, assai comprensibile e sarà per questo che vago tra senso di colpa e rivendicazione orgogliosa del mio ruolo di difensore della Cultura, con preferenza del primo polo.

Ad ogni modo, oggi mi è arrivato a casa, oltre alla certificazione Inps, anche il catalogo di una casa editrice di Linguistics & Anthropology. In copertina si strilla la comparsa della prima grammatica sistematica della lingua Wutun, parlata da 4000 individui a Wutun, provincia di Qinghai, Cina. L'ho sfogliato e mi son sentito come quelli che mi guardano strano quando parlo di Arras tra XII e XIII secolo. Si va da Morphologie à Toulouse a Respekt, che non è una biografia di Aretha Franklin ma tratta di "Grammatizzazione della cortesia". Ci sono gli Appunti gramaticali sull'enunciazione mistilingue (260 pagine dedicate al "code-switching interfrasale o enunciazione mistilingue" partendo da "un corpus di materiali spontanei italiano/piemontese". C'è Abruzzese, una grammatica del dialetto di quella regione scritto da un professore tedeschissimo di Osnabruck (che non è lui, nordico ma non abbastanza da essere tedesco, checché ne dica...), un altro tedesco ha scritto sui problemi della costruzione di parole nelle lingue Jenissej (eh?), un professore (o professoressa?) dal nome indiano ma che lavora in Canada ha studiato le Demonstrative Anaphors in Hindi Newspaper Reportage. Argomenti settoriali, certo, e assai specifici. Ma avreste mai pensato che si possano scrivere 126 pagine su Shakespeare and Brecht in Nigeria? E avreste mai immaginato che Diaspora is not like home, come evinceremo leggendo 334 pagine sulla storia dei Yoruba a Kano tra il 1912 e il 1999? Vi sarebbe mai venuto in mente di scrivere 240 pagine non solo sugli universali versus specificità linguistiche nell'acquisizione del linguaggio del bambino, ma di applicarlo addirittura alla lingua isangu? E sapevate che in Marocco esistono lingue segrete chiamate gus, che sono divise in cinque categorie dai nomi buffi (X...XinCa, X...RinC, X...RinCu ....) e che sono studiate assai approfonditamente all'università di Kenitra? Sapevate, tra l'altro, che esiste un posto che si chiama Kenitra? No, non lo sapevate, così come non immaginavate che il mondo avesse bisogno di uno studio sullo sviluppo delle competenze narrative dei bambini bilingui turco-francesi in Francia tra i 5 e i 10 anni. Però vi sto incuriosendo, vero?

Sfogliare questi cataloghi di libri che probabilmente non leggerò mai mi stimola immensamente. Mi riempie di voglia di fare e mi corrobora le meningi. Mi è tornata voglia di lavorare, miei cari, e tra poco mi vado a leggere qualcosa sull'idea di colpa in Occidente dal XIII e il XVIII secolo. Che non sarà au Moyen Âge, ma quasi...


Mi sembra opportuno che vi rileggiate questo e questo. Sono passati quattro anni e ve lo sarete scordato. Quattro anni, cacchio...

Stanotte ho sognato che la mia tutor di dottorato mi scriveva mail affettuose.

- 7 a Parigi.
31 marzo 2008
Chiave e serratura
Silenzio e pace, in Dipartimento, fino a poco fa quando è arrivato Stronzetto. Non so per quale motivo armeggiasse qui dietro, spostando riviste e aprendo e chiudendo le ante scorrevoli dell'armadio di metallo. Poi il rumore si è fatto insistente e il cicchiciacc clitteclac stava iniziando a rompere veramente quando un babooom trac baboom mi ha fatto voltare la testa. "Qualcuno sa come si chiude qui?", dice puzzante fumo e con una inascoltabile cadenza da Liguria interna. Mi alzo con la mia espressione Io sarò pure destinato a salvare il mondo, ma tu sei veramente cretino e guardo dov'è il problema.

Stronzetto pretendeva di far girare la chiave fuori dalla serratura. Non si accorgeva che, girando la chiave nel cilindro, il ferro non poteva uscire perché non era nella sua sede, continuava a girare e a sforzare come se i solidi fossero penetrabili, se solo spingi forte forte. Non l'ho neppure guardato in faccia, ho fatto scorrere l'anta fino alla sua sede naturale e ho, con la punta delle dita, fatto girato la chiave e chiuso l'armadio. "Oh, non ci avevo pensato!" Eeeh, faccio io sconsolato.

La settimana scorsa ho sognato per due notti di seguito che dovevo discutere la tesi di dottorato e andava malissimo. Ecco, se dovesse capitare sul serio mi resterà la soddisfazione di sapere almeno chiudere una serratura.

Che poi perché Stronzetto, uscendo lievemente rosso per andare dalla Plurigravida, si sarà portato via il mazzo di chiavi dell'armadio con le riviste? humm...
vita da impiegato
19 settembre 2007
Le piace Schubert?

C’è una storica della musica di porcellana, in dpt, bianca bianca, educata educata, fine e con l’espressione un po’ secchiona da zitella che suona il piano e pensa a Schubert e ai suoi gatti. È giovane, credo, ed è l’unica che mi ruba il vocabolario tedesco e quindi, visto che ho un certo rispetto e affetto per chi parla tedesco e per le zitelle educate, mi sta simpatica. Solo che passare troppe ore in dpt è come vivere in California, dove pare scientificamente appurato che si perde un punto di quoziente intellettivo all’anno. Ieri, mentre mi stavo entusiasmando scrivendo la virtuosistica  conclusione del mio intervento al convegno di sabato prossimo, la vedo trafficare al computer. Ho l’occhio lungo e vedo che sta guardando il sito della Scala, cosa un po’ scontata ma adoro i personaggi scontati e prevedibili da melodramma anni ’50. Dopo poco mi si avvicina e dice “Scusi - adoro quando mi danno del Lei - Lei conosce gli arcani di quella stampante - adoro anche quando usano termini bislacchi per dire cose semplici - ?” Una volta li conoscevo, dico, per tenermi aperta una via d’uscita qualora fallissi.

Mi avvicino e noto che è troppo buia, quella stampante. “Ma l’ha accesa?” la povera musicologa arrossisce “Non mi dica che sono così imbranata!” Schiaccio il pulsante, si accende ed esce una pagina con il programma della Scala. “Mi scusi, davvero… ma sono così imbranata…” e si tocca ossessiva i capelli.

Visto che è modesta e si vergogna dei suoi errori ho deciso che mi staancora più simpatica e la inserisco nella lista dei buoni del Dipartimento.
DIARI
18 settembre 2007
Horror religioso. Le ultime dal Dipartimento
L'incubo non ha fine. Oltre a tutti i drammi che ha vissuto questo dipartimento, oltre alle angherie contro i filologi romanzi, oltre alla dabbenaggine, alla guerra, adesso Panzone ha deciso che il suo walkman a cassetta con le cuffie in metallo e spugnetta arancione non bastava più. Ha deciso di uscire dagli anni '80 ineunti e gettarsi a testa bassa (cosa da non fare, se sei Panzone, perché si vede il doppio mento) nel XXI secolo: si è appena connesso al computer la cui password anche voi sapete e sta sparando a palla in tutta la stanza dottorandi una roba settecentesca per archi e leziosità. Il tutto mentre io cerco di decifrare 'sto lebbroso provenzale che sgozza un bambino e stupra una vergine. Cerco conforto al piano di sotto, tra gli studenti, nella speranza di sembrare a loro un giovanissimo ricercatore e ai passanti un giovane studente. Mentre sbircio tra i libri che ben conosco vedo una figura nera che si muove alle mie spalle, mi volto e aaaaaaaaaaaaaaarharhrharahgh c'è un prete vestito da prete, giovane e coi capelli rossi che mi fissa. Il problema è che aaaaaaaaaaaaaaarharhrharahgh l'ho fatto veramente e qualcosa mi dice che lui si sia un po' offeso. Ad esempio il fatto che abbia scosso la testa e si sia seduto a guardare delle fotocopie. E a fissarmi. Però vi giuro, non volevo. E non so neppure perché mi sia spaventato, a parte il fatto che un prete vestito da prete, coi capelli rossi che ti fissa e sembra padre Carras con la parrucca di Pennywise fa davvero paura.

Tra ventisette giorni sono a Zurigo, dove notoriamente sono calvinisti.

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LAVORO
11 settembre 2007
Uno sguardo obliquo
Quando si fanno i concorsi per distribuire gli assegni di ricerca nelle università italiane, oltre alle prove solite (valutazione dei titoli, dell'eventuale esame e di altre cose che non vanno dette) bisognerebbe prevedere anche una prova di fotocopie.

La fotocopiatrice è uno strumento semplice semplice: se tu appoggi un foglio A sul vetro e schiacci l'unico tasto colorato, si accende una luce forte forte (che è meglio non guardare) e quindi esce un foglio caldo B su cui è riprodotto fedelmente - oh miracolo - il contenuto che era scritto su A. Ora, se si capisce questo è praticamente impossibile non riuscire a fare le fotocopie, eppure c'è una larga fetta di persone che non ci riesce. Non so se sia il timore un po' vintage di una rivolta delle macchine oppure se si tratti di demenza, fatto sta che stamattina mi è stato quasi impossibile fare quello che dovevo. Mentre mi baloccavo con un meraviglioso trattato mediolatino per capire con che cosa dovessi ungere il corpo di un malato di lebbra qualora mi capitasse sotto mano, un assegnista di ricerca mi si è avvicinato guardandomi obliquo e implorante perché doveva fotocopiare un mazzetto di carte per un ordinario che, in quanto tale, è tenuto a non saper utilizzare una fotocopiatrice. Ho messo su la faccia di un re che concede la costituzione a un popolo che disprezza e gli ho fatto vedere che - oh, miracolo - appoggiando i fogli nel cassetto superiore poteva addirittura stare a guardare (obliquo e meravigliato) come la macchina lavorasse da sola. Ritornato al mio posto sospirante, dopo aver scambiato un'occhiata con una tesista per dirle "Certo che c'è gente cretina al mondo" e aver ricevuto da lei un'occhiata per dirmi "E secondo me tu sei uno di quelli", il povero mi si ripresenta davanti, obliquo e allarmato, per dirmi che Oh! Il foglio si è inceppato!

Quando si inceppa un foglio, miei cari, basta disincepparlo: gli mostro come e lui pare ancora più obliquo e ammirato. Almeno fino a quando si inceppa in un modo mai visto. Mentre mi avvicino con la fronte corrucciata noto che ha anche un paio di pantaloni corti a metà coscia, ovviamente kaki, una camicia azzurrina con le maniche lunghe e dei calzini grigi sotto mocassini sformati. Gli dico severo "Non so proprio come tu possa aver combinato questo casino" e lo mando dalla segretaria amminsitrativa.

In questo momento credo se lo stia mangiando, non sento più rumori...

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21 marzo 2007
Gli sviluppi del giallo e lo scioglimento della polizia

Ricorderete l’inquietante giallo che ha colpito il nostro dipartimento qualche giorno fa. Ebbene, ci sono sviluppi. Qualche giorno prima del misfatto, ho aperto un armadio ad ante scorrevoli che di solito sta chiuso, con lo scopo di nascondere una scatola di biscotti che non volevo finisse in mano di italianisti porcini. Là dentro abbiamo notato alcune cose interessanti: il dipartimento negli anni Cinquanta era abbonato a Speculum, esistono alcuni numeri di Romanica Gandensia e di Filologia Moderna e – soprattutto – c’è una borsa verde. L’abbiamo aperta, per sincerarsi che non fosse una bomba e non certo per curiosità, e abbiamo verificato che conteneva quello che si poteva ipotizzare: un computer Vaio piuttosto nuovo. Abbiamo cercato di scoprire di chi fosse ma non siamo riusciti a venirne a capo: Panzone usa ancora il walkman, quindi è improbabile non so che abbia ma addirittura che sappia usare un computer, Stronzetto è un po’ troppo sveglio, nel suo torpore mentale, di noi filologi non era… Niente, nessuna notizia. Ieri l’abbiamo chiesto anche agli italianisti e nessuno ne sapeva niente. Mistero. Fino ad oggi, quando ci siamo accorti che la borsa verde non c’era più. Un altro furto? Non si sa, magari il legittimo proprietario dopo mesi se l’è venuto a riprendere. Eppure…

Ad ogni modo, la polizia ha dato il suo parere sul furto di pochi giorni fa: "Sono stati i marocchini. Oppure quei comunisti dell'auletta autogestita dell'università". Che bello notare che le forze dell’ordine hanno in mano la situazione!


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14 marzo 2007
Il giallo del Dipartimento, ovvero Suibhne detective

Signore, signori, la ormai lunga epopea di liberazione dagli italianisti si è tinta, oggi, di un inquietante color giallo. La vicenda è intricata seguite quindi con particolare attenzione il dipanarsi della vicenda. I link non sono affatto casuali.


A mezzogiorno e mezzo il Dipartimento è sempre lo stesso: alle due scrivanie i due italianisti, forti del loro foglietto dattiloscritto, Stronzetto e Panzone, al tavolo ovale noi tre filologi romanzi, Suibhne, la Dfr e Simone, all’altra scrivania l’unica che ha diritto di stare dove sta, una rossa Assegnista filologoromanza con solide pubblicazioni. Libera e sgombra la scrivania di un losco figuro, miracolato anni fa da un concorso truccato, che l’ha reso ricercatore ma non l’ha mai portato ad occupare fisicamente una scrivania, accontentandosi di improvvide comparsate e di ritirare il lauto stipendio. Entro l’una Stronzetto&Panzone se ne vanno da soli, salutando frettolosamente, e noi aspettiamo che siano scomparsi per andarcene a mangiare, così che pensino “Però, quanto lavorano ‘sti filologiromanzi!”. L’Assegnista non mangia, presidia il fortino e la nostra roba fino al nostro ritorno, che si situa di solito tra le due e mezza e le tre. Tenete ben presenti gli orari, ci verranno utili più tardi.


Oggi scendiamo a pranzo all’una meno un quarto, mangiamo una fetta di torta di carciofi nel giardino del Palazzo Reale, poi caffè e olandesina e alle quattordici e trenta ci dirigiamo verso il dipartimento. Io devo passare prima alla Posta mentre gli altri si avviano verso il dipartimento. Alle tre meno cinque entro anche io in Dipartimento è apprendo la notizia: non si trova il computer di Simone, che era stato lasciato sul tavolo ovale. Il mio primo pensiero è “L’avrà preso qualcuno per metterlo al riparo da ladri e simili” ma rapidamente scopriamo che, come sempre, confido troppo nella buona fede degli sconosciuti. Capiamo rapidamente che il computer è stato rubato, anche se il ladro non ha preso né i cavi e la custodia né una borsa con tanto di cellulare e portafoglio. L’Assegnista si è assentata per trentacinque minuti, tra l’una e trenta e le due e cinque, assieme a Luca, un laureando che è dottorando in filologia romanza honoris causa, causa che significa età e frequentazione del dipartimento. È evidente che il furto è avvenuto in quel lasso di tempo. Eppure…


Eppure no, c’è qualcosa che non quadra e a noi è subito chiaro. La Biblioteca è chiusa, a quell’ora, e per raggiungere la sala dei dottorandi, nel sottotetto, non si può che passare per una scala ignota ai più, che fiancheggia la stanza della Cinguettante segretaria amministrativa (quella dei cartelli escludenti) e quella dell’ex Direttore del Dipartimento, il mandante degli italianisti. Rischioso, per rubare soltanto un computer e lasciare stare borse e cellulari. Ma non è l’unica stranezza: a pochi metri dal luogo del delitto, sopra gli scatoloni ripieni di riviste del dipartimento, notiamo un mazzo di chiavi. Sono due gruppi identici di tre chiavi a cui è attaccato un anello con un’etichetta:


BAGNI VERDI AMEZZ.


Bagni verdi? E dove sarebbero ‘sti bagni verdi? E dove sarebbe l’ammezzato, tra l’altro… Ci è subito evidente che la scomparsa e l’apparizione sono strettamente collegate: il ladro è entrato, ha preso il computer ma purtroppo gli sono cadute le chiavi che potrebbero incastrarlo. Ma di chi possono essere e che porte possono aprire? Analizzo la targhetta, noto che manca una M e quasi all’unissono esclamiamo “Il propietario è gallo-italico! Scempia la geminata e non fa il raddoppiamento fonosintattico!”. Ecco, questa frase è l’unico contributo che la filologia romanza può dare alla scoperta del colpevole, quindi siete pregati di tenerla in giusto conto. Certo, il fatto che il furto si svolga a Genova rendeva piuttosto probabile che l’autore fosse linguisticamente situato al di sopra della La Spezia – Rimini, ma non divaghiamo.

Io e Simone, che reagisce al furto con un aplomb francamente invidiabile, ci incarichiamo delle indagini, convinti che scoprire il padrone delle chiavi sia scoprire l’assassino, scusate il ladro. Il portinaio non ne sa nulla, ha appena iniziato il suo turno ma dice che le chiavi non sono di quelle in dotazione a lui, chiede conferma a un’altra portinaia, che esclude categoricamente che ci siano ammezzati nel palazzo e che il mazzo appartenga a qualcuno della loro ditta. Perché i servizi di portineria, come è evidente, sono appaltati.
Andiamo dalla segretaria amministrativa del dipartimento di Archeologia, che sta al primo piano del palazzo. Lei sta chiacchierando con la bibliotecaria di Medievistica, la quale pare francamente entusiasta all’idea di scoprire l'autore del misfatto, ma entrambe escludono che le chiavi siano di qualcuno del loro dipartimento. Ma ad un tratto, dopo un attimo di silenzio, la Segretaria sgrana gli occhi: “Mi ricordo che quando ci siamo trasferiti qui mi avevano fatto vedere dei bagni… avevano il marmo verde solo che… non li ha mai usati nessuno, credo siano chiusi… anzi no, sono aperti non hanno chiave… quando è venuta mia mamma glieli ho anche fatti vedere…”.

La seguiamo per i meandri delle scale di questo palazzo, patrimonio dell’umanità ma per nulla pratico, tra spazi angusti, lampadine bruciate e angoli dimenticati. Valichiamo una catenella e un segnale di divieto di transito apriamo una porta che ha un che di inquietante e dietro, oltre un’altra piccola rampa di scale, ci saluta uno specchio e delle lastre di pesante marmo verde.


Scopriamo che esiste un ammezzato, tra il piano di Archeologia e il piano di Filologia Romanza, e qui stanno due bagni verdi, che a memoria d’uomo nessuno ha mai usato. Nei water c’è poca acqua, il portasapone è pieno, c’è anche una doccia ma l’aria è spessa e avizzita. Simone prova le chiavi. Una apre un bagno ma l’altra resta misteriosa. Uscendo ci viene uno scrupolo, saliamo una rampa e ci troviamo miracolosamente in un punto nascosto nel nostro dipartimento. Quindi esiste un passaggio diretto tra Filologia Romanza e Archeologia, attraverso due bagni verdi che paiono usciti da Twin Peaks. Però nessuno riesce a rispondere alla domanda più importante: chi ha le chiavi di quei bagni? Andiamo in presidenza dove una corpulenta segretaria si appassiona al giallo e ci riporta dalla segretaria amministrativa di prima. Tirano fuori le piantine del palazzo per scoprire che i due bagni in questione sono sotto il controllo della presidenza, anche se nessuno giura di averli mai usati né di avere mai avuto le chiavi che li aprivano. In effetti passare dalla presidenza a quei bagni è tutto fuorché economico, troppe scale e troppo ripide per le culonissime impiegate. “Ricordo che li abbiamo fatti pulire un’unica volta in tre anni, dice la donna della presidenza, perché salivano dei cattivi odori… forse la Nicoletta ne sa qualcosa…” e convoca immantinente la donna delle pulizie. La Nicoletta è una signora anziana, rubizza, con la classica faccia da chi preferisce non essere vista, non essere considerata, fare il proprio lavoro e poi sparire. “Hai mai visto queste chiavi, Nicoletta?” dice la segretaria “Mai viste, di sicuro non son mie…” dice la Nicoletta prima ancora di averle viste. Humm pensiamo io e Simone. “Non metto mai il targhettino attaccato alle chiavi, ho paura di perderle… metti che le perdo per la strada, se uno le trova restano un mazzo di chiavi, ma se scrivo cosa aprono… poi succede qualcosa e danno la colpa a me!” Sembrano tutti convinti “e poi noi non abbiamo l’ordine di andare lì, né abbiamo le chiavi. Le prendiamo di volta in volta dalla segreteria”. Saliamo sconsolati in Dipartimento.


Ricostruiamo l’accaduto: 12:45 Andiamo a pranzo e il computer viene lasciato sul tavolo ovale, 13:30 – 14:05 l’Assegnista va a prendere un caffè con Luca e nel frattempo
1) entra qualcuno che prende il computer, poi entra qualcuno che fa cadere le chiavi. Però due persone che entrano in circostanze tanto strane in uno stesso posto? humm... non ci convince, antieconomico e Occam si strangolerebbe, come dice Dfr...

oppure

2) un Ladro aspetta che entrambi scendano le scale, sale per la scala unica che porta nella stanza, prende il computer (ma nient’altro) e scappa, facendo cadere le chiavi. Ma di chi cazzo possono essere le chiavi di un bagno che non ha bisogno di chiavi per essere aperto, che nessuno usa e che è situato in un posto tanto isolato quanto utile per passare tra due dipartimenti senza essere notato?


Se questo fosse un film, uno di quei gialli in cui un ladro sconvolge la placida vita di una comunità, come Caccia al Ladro di Alfred Hitchcock, la colpevole sarebbe Grace Kelly e stasera l’avrei invitata a cena e non starei qui a scrivervi un post. Ma questo non è un film, è la vita vera, e Simone è senza computer e il mistero rimane fitto.


State attenti, lettori, c’è un ladro a piede libero all’Università…


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permalink | inviato da il 14/3/2007 alle 21:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa
7 marzo 2007
Nuova escalation

Appena tornato a casa dopo una riunione di gruppo università. Perché in realtà non ho ancora smesso. Magone, per alcune cose e una canzone. Mi scuoto per raccontarvi le ultime notizie della saga:



Antefatto: qualche giorno fa, in dipartimento, noi filologiromanzi si tentava di connettersi a internet per ragioni puramente scientifiche ma la password non funzionava. Ricorderete la brillante operazione con cui avevo estorto la chiave d’accesso agli italianisti, eppure non funzionava più. “Avranno cambiato la password” dice Dfr “Può essere…” dico io, e per burla inizio a provare parole chiave da italianista stolido: MONSIGNORDELLACASA, GABRIELLOCHIABRERA, METASTASIO, *@#EUNFIGO… “Secondo me non è possibile che abbiano cambiato la password, sono sicuro che sarà un problema del computer…” dico io, che mi fido ancora della bontà degli sconosciuti, anche se italianisti. Fine dell’antefatto.



Oggi compare in dipartimento questo cartello sulle scrivanie dei dottorandi:



Cioè noi filologi romanzi non possiamo usare le scrivanie e il computer perché siamo afferenti ad altro Ateneo. Intendiamoci, posso anche capirlo: noi non siamo tecnicamente del dipartimento e quindi dovremmo vergognarci e stare seduti altrove, ha senso. Però diosanto, che tristezza! Siamo in tre in quel dipartimento, ma vi pare che si possa ritenere di affiggere un cartello piuttosto che venirlo a dire di persona? Bastava un “Senta, dottor Suibhne, è il caso che le scrivanie siano per gli italianisti e il tavolo ovale per voi”, l’avrei capito. Però fare appiccicare un cartello stupido come quello proprio no. È un affronto inaccettabile.


La guerra, come potete immaginare, è ricominciata: in un primo tempo si pensava di disertare il dipartimento, lasciare Panzone con il suo walkman anni Ottanta e Stronzetto con il suo Della Casa, alla loro tristezza e opacità (due ore, e non scherzo, per fare cinquanta fotocopie; un invito a un insulso convegno piegato in modo demenziale; in quattro per scrivere una lettera che neppure Totò e Peppino…). Attualmente l’ipotesi maggioritaria del fronte filologoromanzo, composto attualmente da quattro persone più una bibliotecaria, è l’attacco continuo e le battute sagaci. Io obietto che tanto non si rendono conto di essere oggetto di scherno, come i mariti cornuti delle novelle, e progetto di tirare dalla nostra parte Ananas, spaccare il fronte e farli sentire stupidi, puzzolenti e inadeguati. Servono rinforzi, dico io, soprattutto perché va allargato l’obiettivo dell’offensiva: non soltanto Stronzetto e Panzone, che tanto è come sparare sulla croce rossa e che di certo non sono artefici del cartellino, ma soprattutto la Cinguettante segretaria del dipartimento, che sembra amica ma ti odia, soprattutto quando ti chiama per nome, e la Plurigravida ricercatrice italianista, appassionata del Chiabrera (che a Genova è un cinema porno, tié) che spia e maligna attraverso una finestrella ricavata tra il suo studio e il nostro. C’è pure chi, e mi inchino alla sagacia, ha pensato di vendicarsi impostando il menù del nuovissimo schermo piatto acquistato coi soldi del dipartimento (perché i libri non ci servono ma gli schermi piatti sì, a quanto pare) in coreano.


Per ora abbiamo fatto scomparire i cartelli (per la verità io ero contrario). E da domani ricomincia la guerra.

P.S. Dfr ha scoperto la nuova password. Ridendo e scherzando avevo quasi azzeccato: ARCADIA. Che sfigati, giusto cielo!


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permalink | inviato da il 7/3/2007 alle 1:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
15 settembre 2004
Autunni

Ritorno in Dipartimento dopo due mesi, 9 voli aerei, 2398 miglia in auto sulle strade del Nevada, dell’Arizona e della California, persone incontrate (compresi lo Squalo, Mary Poppins e la Sirenetta), situazioni cambiate, erleben, erfahren, un addio alla vita politica, addii, arrivederci, buongiorni e buonasere. Sembra assurdo che nel Dipartimento sia tutto uguale. Più o meno.


I libri sono sempre nello stesso pittoresco disordine, la E continua a venire tra la M e la A, gli inquilini sono sempre gli stessi, a parte qualche irrilevante accorciamento di chioma della bibliotecaria. La segretaria amministrativa, gentile come deve essere mia moglie alla sua età, mi chiama dottore, il che ogni volta mi fa un po’ impressione. Racconto un po’ dell’America, mi spiace ma sarà il discorso fisso per i prossimi due anni, temo. Parlo con il Chiarissimo, si parla di dottorati ma è evidente che “Bisogna vedere”.

C’è che domani parto per Siena, giovedì ho l’esame di dottorato, vi ricordate? Non ho nessuna speranza di passarlo, ma almeno vedo Siena. È quello che sto ripetendo da giorni, da quando ho scoperto la data in una computer room della Northwestern University a Chicago. Il giorno dopo sono stato un po’ scostante, c’è chi se l’è presa ma era iniziato l’incupimento da momento cruciale. Incupimento che credo ritornerà domani, salito da solo sul treno per Pisa, poi per Empoli, poi per Siena. E nella notte nell’albergo Moderno, che ha un prezzo estremamente moderno.


Oggi pomeriggio, in Dipartimento, è iniziato l’autunno. L’ho notato là, seduto al mio solito posto (secondo da destra, spalle alla porta), mentre cercavo di andare avanti col Dronke. Confesso di aver per un attimo sentito la necessità di archiviare Ugo da San Vittore e le origini dell’ideologia cortese. Un attimo lungo, confesso anche questo. È da un po’ che la mia concentrazione dura al massimo tre pagine, una disgrazia. È iniziato l’autunno, dicevo. Dalla finestra non vedevo la pioggia scendere, ma se ne aveva una coscienza riflessa, per così dire. Lo sguardo si bloccava, inevitabilmente, sui cerchi concentrici delle gocce nelle pozzanghere del terrazzino, oppure sullo sconquasso che generavano quando aumentavano di ritmo. È il secondo giorno che metto scarpe chiuse e pantaloni lunghi, rifletto. Stamattina avevo addirittura la felpa. Certo, il pomeriggio il caldo si stava facendo estivo ma la biblioteca del dipartimento è arieggiata e lì è autunno.


Scostato il Dronke, rigirate con riverenza le fotocopie di Segre, ho preso un Petrarca qualsiasi e ho letto un po’, serve anche quello. Forse anche di più.


L’aere gravato, et l’importuna nebbia
compressa intorno da rabbiosi venti
tosto conven che si converta in pioggia;
et già son quasi di cristallo i fiumi,
e ‘n vece de l’erbetta per le valli
non se ved’altro che pruine e ghiaccio.


Non c’era nessuno, il rumore della pioggia, un tenue tictictac di tastiera di computer lontana, dal piano di sopra (lo stesso tictictac che sento ora, sopra Duke Ellington che spiega come tutto sia in fondo soltanto ricordo, me l’ha regalato Andrea, quel giorno a Chicago), il neon non ancora acceso e la luce, poca, della finestra.


Nella testa, invece (e prendete una rincorsa adeguata, perché il salto sarà lungo, sia da Petrarca che da Ellington), Lucio Battisti


E la stagione nuova dietro il vetro che è appannato               
fiorì
Fra le tue braccia calde anche l’ultima paura
morì
Io e te
Vento nel vento
Io e te
Nodo dell’anima
Stesso desiderio di morire e poi rivivere io e te

[fade postmoderno]

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