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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
13 luglio 2009
Tre 14 luglî

L'anno scorso e anche due anni fa ero a Parigi, il 14 luglio. Due anni fa avevo problemi intestinali e ho visto il concerto in casa, c'era Laura Pausini e cantava Je Chante. Giuro che i problemi intestinali li avevo anche prima. L'anno scorso, invece, ero sugli Champs de Mars, a mangiar camembert e bere cose in lattina con colleghi e altri italiani, capaci di portare anche una frittata di maccheroni all'ombra della Tour Eiffel. C'erano anche due americane, una ventenne con il viso triste, in tailleur rosa e cappellone da prete anni '50 e sua madre, una signora vitaminica che, sedutasi sul prato accanto a noi, è stata in grado di tirare fuori dalla borsetta una bottiglia di champagne mentre la figlia srotolava su piatti di porcellana del salmone affumicato. Peccato per quei due poliziotti che hanno requisito bottiglia e piatti, che non si possono portare roba di vetro là dentro! Poi a piedi con un fisico romano fino ad un tratto, un arrivederci, poi un incontro strano e poi a dormire che il giorno dopo sarei partito per Bruxelles (ma belle).

Quest'anno sono a Genova e, anche se sto per partire, un po' mi spiace non essere lassù, a disprezzare la Francia e i francesi. Allora che ti penso, assieme a lui? di organizzare a casa sua un dîner républicain: io e lui spignatteremo, ho diramato inviti, lei piangerà perché gli inviti sono troppi e le sedie sempre poco e tutto sarà francesissimo. Ci saranno baguettes, crêpes, camembert, vino francese e spocchia. 


Ora preparo un CD di mp3 francesi e scelgo un piatto da cucinare domani.


Ah, Vive la République, ovviamente!

DIARI
16 luglio 2007
Il deserto e l'oasi in una domenica di un luglio che, finalmente, sembra luglio

Violenti, prepotenti e inattesi 33 gradi hanno invaso Parigi proprio mentre festeggiava la presa della Bastiglia, con euforia e kitsch degni di un’altra festa nazionale celebrata in luglio con i medesimi colori a qualche migliaio di chilometro di distanza, ma non lo dite ai francesi, per carità. Un giorno scriverò un libro che dimostrerà la sostanziale identità tra francesi e americani, ma dubito che troverò un editore. Ad esempio qui al telegiornale sportivo non parlano di sport, ma di francesi che vincono. Follie per cui stanno parlando di triathlon da dieci minuti, visto che pare abbiano vinto il campionato del mondo.

Ad ogni modo, come si gestiscono 33 gradi in una città in cui non c’è il mare? Ho pensato a Tg2 Salute e ho deciso, passate le ore più calde, di andare a prendere un po’ di sole in un parco. Sfoglio la bellissima guida Paris à livre ouvert per vedere dove mi consigliano di andare a leggere e seleziono il giardino giapponese dell’UNESCO, nel 7 arrondisment, la cui descrizione è deliziosa: ciliegi, bambù, silenzio e quiete. Esco con i pantaloni corti, per la prima volta da quando sono qui, e con lo zainetto, come un bravo ragazzo, in cui ho messo un po’ di libri. Lo so, è una cosa stupida ma adoro poter scegliere cosa leggere e adoro poter cambiare idea.

Prendo la M 4, poi la 6, a Montparnasse, e scendo a Cambronne, con rispetto parlando. Montparnasse, il quartiere, intendo, è deserto. Oltrepasso Bd. Garibaldi, proprio lui, e percorro una lunga via assolata come in una canzone di De Gregori ma snob come un film di Bertolucci. No, mi sbaglio. Sembra un Cinegiornale degli anni ’60, in cui si testimonia con stupore e un po’ di orgoglio che ormai ad agosto le città sono vuote perché tutti partono per le vacanze. Mi aspetto, da un momento all’altro, di incontrare una donna in bianco e nero, con i fianchi larghi e la vita stretta stretta, fasciata in un vestito lungo un po’ oltre le ginocchia, con i capelli tirati su o, forse, con una fascia in testa. Poi arrivo davanti all’UNESCO e mi convinco: sono negli anni ’60, il palazzo e anche la macchina rossa posteggiata davanti…

Solo che il cancello è chiuso e devo cambiare obiettivo. Nel deserto tra l’UNESCO e l’Ecole Militaire, con la torraccia che spunta, sfoglio ancora un po’ Paris à livre ouvert e mi decido per un parco non troppo lontano, in quello che era un convento ma poi è arrivata la Rivoluzione e beati loro ora è di tutti.

Mi incammino, incontro un padre con una bambina in spalla, parlano spagnolo, supero gli Invalides e vado in cerca di ombra, giro in rue de Babylone e cerco il numero 33 dove dovrebbe esserci il Jardin Catherine Labouré. In realtà l’ingresso è al 31, si supera una porticina aperta in un muro di cinta e dentro si apre uno spazio inatteso, nel centro di un quartiere di solito trafficato, ricco e indaffarato, tra alte mura. Alberi da frutta, aiuole fiorite, prati, orticelli con verdura. Mi tolgo la maglietta, mi sdraio, tiro fuori un libro e leggo un paio di ore, ascoltando il silenzio e le risate dei bambini che, anche in questa oasi di pace, non riesco a sopportare.

Faccio tempo a prendere un po’ di sole, sudare come si fa in estate e riflettere che sudare su una stuoia al mare è più pratico che sudare sull’erba in un parco. Mi rivesto e mi incammino verso saint Germain de Près, dove ritrovo la gente che a Montparnasse non c’era, entro in un paio di librerie, poi attraverso l’isola e mi dirigo verso casa con una inspiegabile voglia di pizza che non potrò esaudire. Sdraiato in quel parco, infatti, ho notato che forse, ma forse, mi sta venendo una maniglietta dell’amore di cui non sento il bisogno. Mangio troppi carboidrati, deduco.

Verso le nove arrivo a casa, ho camminato oltre un’ora e mezza, ho il viso un po’ più colorito. Mi faccio una pasta e mi godo la penultima domenica sera parigina.

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